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Esiste (ancora) la poesia in prosa?

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di Paolo Zublena

[Durante la pausa natalizia pubblicheremo alcuni saggi editi affini o importanti per il nostro percorso. Le uscite regolari riprenderanno i primi giorni di gennaio. Nel frattempo è disponibile e scaricabile qui l’ebook del secondo trimestre.]

Questo saggio è già uscito su L’Ulisse n. 13 – Dopo la prosa. Poesia e prosa nelle scritture contemporaneeRingraziamo l’autore per la concessione.

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Come al solito, quando si maneggiano categorie ambigue come poesia e prosa, il problema è innanzitutto di definizione. Siccome non è pacifico né che cosa sia la poesia, né che cosa sia la prosa, tanto meno sarà facile definire la “poesia in prosa”, operazione con ogni evidenza preventiva all’atto di predicarne l’eventuale (mancata, o non più attuale) esistenza.
Semplificando al massimo, e limitando altresì al minimo i rimandi alle innumerevoli possibili autorità, nel concetto di poesia coesistono una definizione sostanziale e una definizione formale: poesia insomma come scrittura letteraria che si differenzia dal resto per una sua quiddità, oppure poesia come scrittura in versi. In entrambi i casi il concetto di poesia si oppone a quello di prosa. E in entrambi i casi la prosa parrebbe definirsi per un deficit rispetto alla poesia: per una minore “altezza”, oppure per l’assenza della versificazione (in primo luogo, dell’a capo). In un caso e nell’altro questa differenzialità della poesia come ci viene presentata dalla tradizione “teorica” riposa su un’inversione ideologica del rapporto genetico presunto dal senso comune. La distinzione stessa è, evidentemente, dovuta a una volontà di sottrarre uno scopo (rituale, estetico, ecc.) alla comunicazione quotidiana.
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