saggi

Metrica e forma nella poesia di oggi /1

Daniel Buren, Wall of Paintings

Pubblichiamo oggi la prima parte di un saggio di Giacomo Morbiato, precedentemente uscito sul n. 8 (2017) di “Ticontre. Teoria testo e traduzione” (l’intero numero è consultabile qui).

1.

Non è impossibile provare a segmentare il campo della poesia italiana strettamente contemporanea. Chi ci ha provato adottando una prospettiva inclusiva ha potuto identificare alcune famiglie, spesso poi riconducibili a universali di lungo corso: una sezione lirica, resistente e però anche degradata; un’area sperimentale o di ricerca, con modi da avanguardia letteraria o arte concettuale; una zona performativa devota all’oralità, e un’altra che sceglie la prosa; o ancora una vocazione alla spazialità e allo slittamento metonimico.[1] Una tale ripartizione identifica senz’altro tendenze non episodiche, capaci di aggregare un certo numero di prassi individuali. Tuttavia non si può non menzionare lo sfaldamento in atto degli stessi universali novecenteschi fondanti (lirica, avanguardia) secondo un processo che si lega a un più generale arretramento dell’oggettività (gruppi, generi, stili, poetiche)[2] e al conseguente venire in avanti di fluidità e «frammentazione»[3] come tratti paradossalmente accomunanti. Se una tale situazione comporta per la critica un forte imbarazzo a definire valori e gerarchie, proprio l’impossibilità della genealogia rende attraente l’ipotesi della mappatura, qui intesa come ricognizione da condursi su un campione di testi fra loro coevi, dei quali si selezionano come più pertinenti gli aspetti metrici e più in generale formali. Il connubio del titolo trova giustificazione in un complessivo depotenziamento del livello metrico (in parte ma non del tutto riconducibile ai modi del versoliberismo novecentesco), la cui indagine non può in nessun caso prescindere dalla considerazione globale della forma – e dunque sintassi, retorica, testualità, organizzazione del libro, viste nel loro relazionarsi a ciò che resta dei metri e del verso. Le opere scelte, poiché di libri interi si parla, sono state pubblicate dopo il 2010 da autori nati negli anni ottanta; alcuni di essi sono esordienti, anche se condividono con gli altri un certo riconoscimento all’interno del campo, reso manifesto dall’inclusione in antologie e blog, riviste di settore, collane editoriali, nonché dalla presenza di un buon numero di prefatori e postfatori illustri (Carpi, Cepollaro, De Angelis, Gezzi, Inglese, Scaffai, Tandello). Il limite anagrafico non presuppone una discontinuità netta con i nati negli anni sessanta e settanta e funge da discrimine prima di tutto pragmatico e operativo; allo stesso modo le assenze, molte e giustamente lamentabili, non sono vere presenze negative, visto che non si punta a nessuna proposta come a nessun esaurimento della complessità in atto. I rischi interpretativi connessi alla scarsa o nulla distanza che ci separa dall’oggetto, poi, si credono se non evitati almeno temperati dall’adozione della varietà come criterio di scelta, ovvero dal fatto che a essere affiancati sono autori formalmente anche molto lontani e di diversa appartenenza. Il limite davvero cogente è semmai quello posto dalla decisione di tenersi alla sola scrittura in versi, senza però che si possa sfuggire all’ombra della prosa (che in dosi diverse affiora nella maggioranza delle opere affrontate), la cui rilevanza nella definizione odierna del poetico appare incontestabile. Tale esclusione, infine, porta con sé, oltre al prevalere dell’assertività, il mancato incontro con un fenomeno più ampio collaterale a diverse posture (sperimentale, performativa, a dominante etica): la messa in crisi di una concezione puramente testuale e linguistica della poesia. Continue reading “Metrica e forma nella poesia di oggi /1”

saggi

Una guerra che non deve finire. Fenomenologia dell’io nella poesia di Paolo Maccari /2

Harald Wolff, Ohne Titel (2010)

di Marco Villa

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Fuoco amico: il tradimento delle vittime

I

Congedandoci da Ospiti, avevamo lasciato un io poetico irrimediabilmente sconfitto di fronte all’«evidenza del male e del dolore», un io che, rispetto alla posizione di partenza annunciata nel sonetto incipitario, non era riuscito a compiere il minimo progresso – oppure, se spostamento c’era stato, in altro non consisteva che in un approfondimento nella conoscenza del male stesso.
Non stupisce allora di ritrovare una sua controfigura, all’inizio di Fuoco amico (Passigli 2009), in una situazione pressoché identica. Situazione di prigionia, innanzitutto, ma questa volta priva dell’ambiguità propulsiva che la similitudine del cavallo di Troia veicolava in Nel ventre. La prima sezione dell’opera, “L’ultima voce”, consiste invece in una suite di diciotto sonetti dove a parlare è un individuo rinchiuso in una vera e propria cella. È un «giovane, quasi un ragazzo» – come si viene a sapere dal rapporto in prosa redatto dai suoi aguzzini con cui Maccari apre il libro – che ha partecipato a un qualche tipo di attività sovversiva con un gruppo di compagni. Benché tentativi di individuazione storica sorgano spontanei, la voluta indeterminatezza delle coordinate chiarisce che l’attenzione è rivolta all’aspetto più generalmente ontologico/esistenziale, in una dialettica che richiama, come notato da più parti, l’esempio del Sogno del prigioniero montaliano.
Ciò da cui vorrei partire, in ogni caso, è un confronto diretto con Nel ventre, poiché nelle analogie e nelle differenze tra quel sonetto e questa serie è possibile isolare molto se non tutto della poetica del nuovo libro.
Innanzitutto, la prosa che precede la serie di sonetti, e prima ancora il titolo stesso della raccolta, riattivano immediatamente l’area metaforica bellica che costituiva uno dei leitmotiv di Ospiti. E tuttavia, la cella in cui il soggetto è rinchiuso, più che al “ventre” del cavallo di legno, assomiglia parecchio all’ospizio-incubo della sezione conclusiva: anche qui, infatti, domina un senso di battaglia passata, di sguardo che si apre su uno scenario già postumo. Di nuovo un io imprigionato, quindi, senza però prospettive di azione e senza una gloria da declinare al passato. Lo sconforto di Ospiti si è radicalizzato: non solo le conclusioni del libro precedente non vengono minimamente rinnegate, ma questo soggetto che forse verrà ucciso o forse impazzirà, che pensa alla pace solo come un annullamento della memoria (altra analogia con Ospiti) e che sembra non avere nulla da opporre alla propria condizione deleteria, mostra fin da subito un livello di rassegnazione che il libro d’esordio raramente aveva raggiunto. Nessuna speranza di uscire dal “ventre”, qui: il «quando mi arrenderò» dell’ultimo sonetto punta dritto alla capitolazione, nemmeno convocata come ipotesi probabile ma data per certa.
C’è però un’altra differenza fondamentale con Nel ventre. Là, l’io paragonato a un soldato greco smanioso di combattere insieme ai suoi compagni era in realtà completamente solo; qui invece, a partire dal sonetto 5, il ragazzo superstite ingaggia un confronto con gli «amici», i suoi compagni morti che ora visitano la sua mente prossima all’alienazione. Dal memorabile incipit «Amici il tradimento è una gran cosa» inizia a svolgersi un confronto con un “voi” assente, fatto di ritrattazioni, (auto)accuse, rimpianti che l’io può far rimbalzare fra sé e i compagni defunti perché ora, solamente ora che la scelta ideologica è ridotta a slogan ecolalici (cfr. sonetto 13), è possibile una vera comunanza, un vero “noi”:

[…] Mi affratella
a voi ben altro, oggi: non la prontezza
delle nostre azioni, o la spietatezza

nei nostri cuori, ma la vostra morte

(Eravamo pronti?) Continue reading “Una guerra che non deve finire. Fenomenologia dell’io nella poesia di Paolo Maccari /2”