Maurice Blanchot

Maurice Blanchot, La voce e non la parola

pierre alechinsky, ant hill

di Maurice Blanchot

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[Quello che segue è il secondo elemento del dittico di paragrafi tratto da M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’insensato gioco di scrivere, Einaudi, Torino 2015, pp. 316-318. Il primo paragrafo, pubblicato lo scorso lunedì, si può leggere qui.]

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Bisognerebbe domandarsi perché, in un’epoca in cui la letteratura tende in modo dichiarato a prendere il sopravvento in virtù dell’esigenza romantica, sia privilegiata proprio la voce, e perché il privilegio della voce si imponga all’ideale poetico. (altro…)

Maurice Blanchot, Dallo scritto alla voce

Anselm Kiefer, Margarethe

di Maurice Blanchot

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[Quella che segue è la prima parte di una riflessione accolta in un dittico di paragrafi concettualmente coeso, tratta da M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’insensato gioco di scrivere, Einaudi, Torino 2015, pp.315-316.]

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Diciamo qualcosa di più tranquillo e riprendiamo il procedimento nel momento più classico. Il linguaggio rappresenta. Non esiste ma funziona. Più che per dire, funziona per ordinare. (altro…)

Maurice Blanchot, La letteratura e il diritto alla morte

imm3

[Durante la pausa natalizia pubblicheremo alcuni saggi editi affini o importanti per il nostro percorso. Le uscite regolari riprenderanno i primi giorni di gennaio. Nel frattempo è disponibile e scaricabile qui l’ebook del secondo trimestre.]

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da La letteratura e il diritto alla morte, traduzione di Giorgio Patrizi e Giulia Urso, in  Da Kafka a Kafka, Feltrinelli 1983.

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Il lettore realizza l’opera: leggendola la crea, ne è il vero autore, la coscienza e la sostanza vivente della cosa scritta. Anche l’autore ha un unico scopo: scrivere per questo lettore, confondersi con lui. Tentativo senza speranza. Il lettore non vuole un’opera scritta per lui, vuole, giustamente, un’opera estranea, dove scopre qualcosa di sconosciuto, una realtà differente, uno spirito separato che possa trasformarlo e che egli possa trasformare in sé. L’autore che scrive per un pubblico preciso, in realtà non scrive e, per tale ragione, questo pubblico non può più essere lettore; solo apparentemente c’è la lettura, in effetti è nulla. È questo che produce l’insignificanza di opere fatte per essere lette e che nessuno legge. Da lì il pericolo di scrivere per gli altri, di svelare la parola degli altri e svelarsi a se stessi: gli altri non vogliono ascoltare la propria voce, ma la voce di un altro, una voce reale, profonda, scomoda come la verità.

Lo scrittore non può ritrarsi in se stesso, dovrebbe rinunciare a scrivere. Non può, scrivendo, sacrificare la pura notte delle sue possibilità, perché l’opera vive solo se questa notte – e nessun’altra – diviene giorno, solo se ciò che vi è di più singolare e più lontano dall’esistenza, già rivelata, si riveli nell’esistenza comune. Lo scrittore può in realtà tentare di giustificarsi, dandosi il compito di scrivere: la semplice operazione di scrivere, resa cosciente a se stessa, indipendentemente dai risultati e i risultati non sono mai stabili né definitivi, ma infinitamente vari ed innestati su di un inafferrabile avvenire. Lo scrittore che pretende di non interessarsi ad altro che alla maniera in cui l’opera si realizza vede il proprio interesse affondare nel mondo, perdersi nella storia intera. (altro…)