marco villa

Emmanuel Hocquard, Elegie (II parte)

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traduzione di Marco Villa

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Qui la prima parte, con una premessa del traduttore.

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III

Ma ecco

Forse il vecchio maestro, dopo tutto, non si è
*          *ancora mostrato,
E allora dovremo deciderci a tornare giù (altro…)

Emmanuel Hocquard, Elegie (I parte)

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traduzione e premessa di Marco Villa

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Può sorprendere, da un autore che ha avuto modo di liquidare la nostalgia come una “forma strisciante del risentimento”, avverso a qualsiasi espressione di lirismo narcisistico, veder pubblicato un libro di elegie. Resta da vedere di che elegia si tratti. L’elegia classica, per esempio, è riconducibile secondo Hocquard allo schema-base “ah! —-> hélas!”, vale a dire: ho gioito – il tempo è passato – soffro perché ho perso quel momento di gioia. (altro…)

Una recensione a “Il paziente crede di essere”

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di Marco Villa

[Una versione leggermente diversa di questa recensione era uscita qualche mese fa su “Mosaici – Learned Online Journal of Italian Poetry“.]

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«Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo»: già il sottotitolo de Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens 2016) di Marco Giovenale preannuncia, con le sue sparse indicazioni di genere, uno dei tratti salienti del libro: un’eterogeneità di soluzioni, che rende conto anche dell’arco temporale di composizione dei testi (dal 1990 al 2014, «circa», se si tiene fede a quanto dichiarato con understatement dall’autore nelle note finali) e che però si staglia su uno sfondo unitario per tono e postura. Uno sfondo segnato dall’impassibilità con cui la voce registra gli scarti e i soprassalti di assurdo che tempestano i quadri e le micro-storie della raccolta, relegando ad una percezione in absentia l’assoluta ordinarietà che – il lettore sente – avrebbe potuto/dovuto caratterizzarle. (altro…)

“Avventure minime” di Alessandro Broggi. Note di lettura

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di Marco Villa

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[Concluse le pubblicazioni dell’ultimo ciclo con l’ebook formavera 8 e in attesa di partire con il nuovo trimestre a gennaio, durante le feste natalizie riproporremo alcuni saggi pubblicati negli ultimi anni. Quello che segue è uscito nel novembre 2015.]

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Avventure minime (Transeuropa 2014) di Alessandro Broggi vanta già, a quasi due anni alla pubblicazione, un discreto numero di interventi. Vale però la pena ritornare su quello che è uno dei migliori libri di poesia (latamente intesa) pubblicati negli ultimi tempi, e senza alcun dubbio il più interessante.

Può essere utile partire dal/i titolo/i. Le avventure minime di Broggi sono scorci o situazioni, per lo più feriali, che si reggono sul binomio novità-ripetizione, con il secondo termine che spesso e volentieri finisce per assorbire il primo. “Nuovo” è parola così esposta da dover suonare sospetta: e infatti la sezione “Nuovo paesaggio italiano” allinea una serie di monologhi frammentari la cui specificità è ironizzata anzitutto dal titolo, identico per ognuno dei testi che la compongono, di Nuova [appunto] situazione. Il paradosso macroscopico di un ritorno senza variazioni della novità suggerito dal paratesto riflette il paradosso analogo che si crea tra l’implicita ed espressivistica pretesa di unicità che le figure umane di questa sezione attribuiscono alla propria esperienza e l’utilizzo di materiali stereotipi del linguaggio per comunicarla. Due esempi per tutti, dal disforico all’euforico:

Mi tradisce da almeno tre anni. Lo ha fatto più volte e non con una donna sola. Ma quando è con me mi fa sentire indispensabile: dice che sono l’unico vero amore della sua vita. Io faccio sempre più fatica a sopportare, a volte lo disprezzo, ma lo perdono sempre perché l’idea di perderlo mi manda in pezzi. (p. 31)

Mi sentivo sola e a volte ho pensato che sarebbe stato più semplice tornare dai miei. Ma ho tenuto duro. Un amico mi ha aiutata a superare i momenti difficili. Ora convivo con un uomo stupendo e i miei genitori mi ammirano. (p. 46)

La stereotipia del linguaggio diventa così il segno del livellamento di ogni situazione su una piattezza senza scarti, da cui tante voci possono mettersi a nudo senza rompere la meccanicità variopinta dei «caroselli di immagini che non conosciamo ma cominciamo a riconoscere, a forza di ripetizioni» (p. 14). Il sempreuguale linguistico ed esperienziale è l’ovatta che impedisce sfondamenti ma anche crolli, che soffoca azione e conoscenza nel grigiore ma che protegge da deviazioni imprevedibili.
Tutto torna, quindi, nel duplice significato di riproposizione dell’identico e di calcolo che non fallisce mai: la scrittura registra un mondo che conosce (lei sì) troppo bene, e il suo «servizio di realtà» può persino aprirsi senza esitazioni sul futuro, che è, in Avventure minime, il tempo della chiusura perfetta. Un intero parco di azioni/situazioni avverrà con la millimetrica certezza del già deciso, perciò la loro enunciazione può sbilanciarsi ed eternare fatti e condizioni privi di ogni crisma di novità: si vedano i testi della sezione centrale, p. es. Reality check, Ai confini del quotidiano, Una storia importante, Nuova vita (dove ancora una volta è attiva la funzione ironica dei titoli). (altro…)

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

Alessandro Cardinale, Equilibrium (2015), cotone + legno, 5000 x 180 x 14cm

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel settembre 2015.

di Simone Burratti, Marco Villa, Andrea Lombardi

 

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Parlare di massimalismo in poesia significherebbe innanzitutto spararla grossa. In seconda battuta, implicherebbe una totale ridefinizione del concetto di massimalismo o, peggio, un cavilloso adattamento delle categorie della poesia a quelle del romanzo. Non ho intenzione di fare nessuna delle tre cose. Vorrei invece che la parola massimalismo attraversasse la mente del lettore come un pensiero distratto e subito dimenticato, un piccolo déjà-vu di propositi ambiziosi, una mappa mentale entro cui muoversi seguendo una filigrana sotterranea; allo stesso tempo, vorrei che suggerisse uno spostamento di direzione consistente nei confronti tanto della scrittura poetica tradizionale quanto delle poetiche minimaliste o di avanguardia. (altro…)

Contro gli oggetti (nota per un’essenzialità orizzontale)

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di Marco Villa

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Viviamo nella versione più astratta di una forma di vita già di per sé astrattissima come quella del capitalismo tardo. Tra la moltitudine di oggetti di cui ci circondiamo quotidianamente non si contano quelli che offrono espansioni e rielaborazioni immateriali della nostra esistenza: schermi televisivi, interfacce per la comunicazione virtuale, generatori di mondi possibili in cui giochiamo al surrogato di noi stessi, dispositivi per la riproduzione di suoni in differita, immagini “a scopo presentativo”di prodotti e di bisogni – e talvolta, tutto questo condensato in un singolo oggetto feticcio. In una situazione di virtualità diffusa, di cui ciascuno fa continuamente esperienza, l’atteggiamento della poesia nei confronti del mondo oggettuale non può essere più quello ancora validissimo solo qualche decennio fa. La conquista degli oggetti alla poesia “alta e tragica” è stato un passo fondamentale per l’evoluzione novecentesca del genere, certo. Ma anche su questo versante le nostre vite sono cambiate con estrema velocità, e l’“assedio delle cose” che aveva già progressivamente sfondato la dizione selettiva di Montale ora è una realtà acquisita, che nella sua ultima versione digitale può fare tranquillamente a meno della presenza effettiva dell’oggetto stesso. Ciò che allora l’apertura del dettato poetico alle cose di tutti i giorni rappresentava in termini di liberazione, di ampliamento, di onestà, di critica e quant’altro, oggi ha perso ogni implicazione euforica contemporaneamente al proprio ancoraggio nella comune esperienza quotidiana. (altro…)