editi

Torquato Accetto, Sonetti

CMpDTQqXAAA_I1m

a cura di Marco Malvestio

*

In destarsi al romor del mare

Amico sonno e placida quiete,
davan tregua a l’usata mia fatica;
e i danni, che mi fa bella nimica,
erano tutti omai sepolti in Lete.

Ma nel vicino mar, da le secrete
parti già suona il Dio che l’acque intrica,
e par che l’onda al mio riposo dica:
fuggi da quelle membra afflitte e quete.

Così mi desto, e ‘l tralasciato affanno
mi trovo intorno, e nuove pene amare
che la strada del cor troppo ben sanno.

E forse del mio pianto ivi son care
l’acque, e se i fiumi volentier lo danno,
vuol pur dagli occhi miei tributo il mare. Continua a leggere “Torquato Accetto, Sonetti”

editi

Ciro di Pers, Sonetti

cagnacci-vita-umana

a cura di Marco Malvestio

*

Mentre vuoi riparar del tempo il danno,
il tempo, o Lidia, inutilmente spendi;
quell’ore stesse ch’a lisciarti attendi
per giovane parer, vecchia ti fanno.

I mentiti color forza non hanno
di destar, di nutrir d’amor gl’incendi;
cedi, cedi pur vinta e l’arme rendi,
ché invan contrasti al volator tiranno.

Così cadendo va bellezza umana,
e per riparo ogni sostegno è frale
e per ristoro ogni fatica è vana.

Ah, che l’impiastro tuo punto non vale
per le piaghe del tempo, e sol risana
le piaghe in me de l’amoroso strale.

* Continua a leggere “Ciro di Pers, Sonetti”

Senza categoria

Emanuele Tesauro, Edipo

edipo-antigona

a cura di Marco Malvestio

 

*

(Atto primo, scena prima)

*

Edipo:

Fugge la mesta notte, e dalla notte
più mesto uscendo, e paventoso il giorno
nuove stragi vedrà, nuove rapine
della peste vorace in questi un tempo
troppo felici, or desolati alberghi;
e aprirà il sol, ciò che la notte ascose.
Sfortunata città, misera Tebe,
nata col canto, or nel tuo pianto estinta.
Ma più misero re, che mentre veggio
tanti figli morir, per mio tormento
in tutti muoio, e in tante morti io vivo.
Mira, fido Pretor, come le stelle
son cangiate in saette: e dalle chiome
della fiera di Neme il sole irato
aliti guaste e velenose fiamme
agli arsi petti, e anelanti aspira.
Pallida in bruno manto erra fra l’ombre
la sorella del sole: e così oscuro
vola in alto vapor, che mi rassembra
per le stanze del ciel sparso l’Inferno.
Povera d’acque intra le sponde aduste
Dirce si langue: e l’infelice Isméno,
già chiaro irrigator dei campi achei,
dentro del letto suo cerca se stesso.
Ogni grado, ogni età, con fato uguale
dalla Parca è rapita. Il pio con l’empio,
l’imbelle vecchiarel col fier campione,
col nimico il nimico un morbo solo,
un solo feretro, un rogo sol compone.

*

Emanuele Tesauro, coerentemente con la sua formazione di gesuita, è autore teatrale, anche se l’Edipo, prima che un dramma morale, è una grande tragedia politica. Lo è nel senso immediato per cui la vicenda di Edipo porta necessariamente con sé una riflessione sul governo e sulle responsabilità del sovrano; ma lo è soprattutto perché quello che viene messo in scena è lo svelamento progressivo di un caos fondante ma impronunciabile, in cui tutte le parole dei personaggi (cortigiani, rivali e sicofanti) esprimono una cosa per intenderne un’altra.
Il testo presente non è il prologo, che è invece affidato ad Anfione redivivo, ma una descrizione che Edipo fa della propria città devastata dalla peste. Tesauro, che ha come modello Seneca (e anzi diverse parti della tragedia sono traduzioni della tragedia senecana), rende evidente questa eredità nel carattere espressionistico, gonfio, lugubre e orrorifico della descrizione, carica di ritrovati fonici, bisticci logici e asimmetrie chiastiche, appena tenuta in ordine dal disinvolto rigore dell’endecasillabo sciolto.

Immagine: Edipo e Antigone, Charles François Jalabert, XIX secolo, Marsiglia, Musée des Beaux – Arts