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Contro gli oggetti (nota per un’essenzialità orizzontale)

almejd-cigni

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di Marco Villa

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Viviamo nella versione più astratta di una forma di vita già di per sé astrattissima come quella del capitalismo tardo. Tra la moltitudine di oggetti di cui ci circondiamo quotidianamente non si contano quelli che offrono espansioni e rielaborazioni immateriali della nostra esistenza: schermi televisivi, interfacce per la comunicazione virtuale, generatori di mondi possibili in cui giochiamo al surrogato di noi stessi, dispositivi per la riproduzione di suoni in differita, immagini “a scopo presentativo”di prodotti e di bisogni – e talvolta, tutto questo condensato in un singolo oggetto feticcio. In una situazione di virtualità diffusa, di cui ciascuno fa continuamente esperienza, l’atteggiamento della poesia nei confronti del mondo oggettuale non può essere più quello ancora validissimo solo qualche decennio fa. La conquista degli oggetti alla poesia “alta e tragica” è stato un passo fondamentale per l’evoluzione novecentesca del genere, certo. Ma anche su questo versante le nostre vite sono cambiate con estrema velocità, e l’“assedio delle cose” che aveva già progressivamente sfondato la dizione selettiva di Montale ora è una realtà acquisita, che nella sua ultima versione digitale può fare tranquillamente a meno della presenza effettiva dell’oggetto stesso. Ciò che allora l’apertura del dettato poetico alle cose di tutti i giorni rappresentava in termini di liberazione, di ampliamento, di onestà, di critica e quant’altro, oggi ha perso ogni implicazione euforica contemporaneamente al proprio ancoraggio nella comune esperienza quotidiana. Continua a leggere “Contro gli oggetti (nota per un’essenzialità orizzontale)”

saggi

Un cielo che attenua le responsabilità. La costruzione del senso in “Una lunghissima rincorsa. Prose brevi” di Jacopo Ramonda /2

Ernesto Neto

La seconda parte del saggio di Daniele Iozzia. Qui la prima.

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4. Prima di procedere all’analisi di questioni maggiormente legate ai momenti formali, aggiungo ancora un’osservazione sulla sostanza dei modelli attanziali, sull’atmosfera che li circonda, sul significato e sull’elaborazione della loro esperienza. Nel cut-up n. 104, dal titolo “La stasi”, si legge:

[…] A volte, prima di dormire, ripenso a tutti gli errori che ho commesso d’istinto, alle intuizioni rimaste intrappolate nelle ragnatele, alle mie migliori intenzioni contaminate dalle necessità, da ristrettezze che non sono in grado di preventivare. Mi rendo conto che il mio passato recente è stato pesantemente condizionato da scelte invisibili, da scambi mancati che mi hanno arenato su binari morti e dalle conseguenti reazioni a catena che quelle sviste hanno innescato.

Poco più oltre, il brano continua così:

Ripercorro le deviazioni […] che mi hanno portato qui, a questa vita che non mi somiglia, che sembra essere frutto di un equivoco.

Che cosa va oltre questi personaggi? Che cosa è in grado di trascenderli? Da quali elementi è composto il quadro di riferimento delle loro azioni, dei loro pensieri, delle loro debolezze? D., L., F., M., Nina e le altre presenze che costellano le vicende di Una lunghissima rincorsa vivono, agiscono e meditano nel ventunesimo secolo. Ad ogni istante sono impregnati e oltrepassati da forze e da logiche proprie di strutture di senso consolidatesi all’interno di una forma di vita che li sovrasta, li delimita, informa di necessità le loro autocoscienze malconce. Se il significato di “identità” ha subito nell’ultimo secolo uno smacco concettuale tanto forte da rendere opportuna una ridefinizione semantica del termine, un primo effetto di ciò lascia tracce evidenti di sé nella creazione virtuale di una soglia, simile a una barriera superata la quale l’insieme delle accezioni della parola risulta sbiadito. Gli individui delle prose di Ramonda hanno smarrito l’idea di un’autopercezione sicura e definitiva perché non sono più in grado di occupare posizioni in un universo che allenta sempre più la presa di un’esperienza di vita indipendente e singolare. Su di essi grava il peso di un mondo pubblico collassato, che ha fatto si che la vita privata si impoverisse a sua volta: una volta destabilizzati i legami con le costruzioni della realtà esterna, il già minuscolo spazio degli interessi e delle urgenze personali va incontro a una contrazione progressiva che lo assesta su un nuovo piano le cui cifre peculiari diventano le costrizioni e le angosce interiori. Sotto la forma di testimonianze empiriche autentiche, questi individui sono il prodotto del passaggio dall’egoismo moderno al narcisismo contemporaneo, dove per narcisismo, in continuità con le riflessioni della sociologia americana degli anni Ottanta, si intende il sistema di pratiche e strategie di difesa psichica accuratamente accampate dalle soggettività per proteggersi e sopravvivere all’impressione di assedio perenne che organizza la nuova idea di vita quotidiana. Nell’ottica di Christopher Lasch, il narcisismo «corrisponde abbastanza puntualmente alla descrizione freudiana di un’aspirazione alla cessazione completa della tensione, che sembra operare indipendentemente dal principio di piacere (“al di là del principio di piacere”) […]. Esso cerca di liberarsi dalla prigione del corpo, non perché cerca la morte – […] – ma perché non concepisce la morte e considera l’io corporeo come una forma di vita inferiore, assediata dalle richieste importune della carne»1. L’ambizione a sbarazzarsi quasi della dimensione della corporeità è un filo assai sottile e appena percettibile nei brani. Nei percorsi di questo costante esercizio di sopravvivenza, i personaggi raffinano modalità sofisticate di ironia osservativa, controbilanciano l’ipotesi di una situazione limite schermandosi dietro il supporto di un’«anestesia emotiva»2. La capacità di far fronte o aggirare gli ostacoli della contingenza spinge verso due direzioni: da un lato l’io assediato dalle circostanze può attribuirsi un ruolo, un’autorevolezza costruita e artefatta per tenere sotto controllo sentimenti e casi di particolare minaccia provenienti dall’esterno; dall’altro lato, ed è il caso degli individui che abitano i fotogrammi di cui si compone l’antologia, si lascia che la vita accada, ci si incide nel tempo presente, si vive alla giornata assumendo la miriade di microazioni che parcellizzano un’esistenza indotta («La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile» si legge nel cut-up n. 138, “Equilibristi”), si interrompono i legami col passato riducendo il numero delle probabilità che questo ha di irrompere, si guarda al futuro soltanto con scarsa tenacia desiderativa.