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Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

inediti

Clarice Lispector, Due traduzioni

Clarice Lispector

a cura di Luigi Fasciana

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Da una lettera del 1945 veniamo a sapere che Clarice Lispector, ancora molto giovane, fece leggere i suoi versi a Manuel Bandeira, già allora poeta tra i più importanti del modernismo brasiliano. Le poesie però non vennero accolte con grande entusiasmo e la Lispector se ne sarebbe sbarazzata.
I due testi che seguono nascono entrambi come “cronache”, definizione curiosa dentro la quale si tiene a bada quel che la Lispector pubblicava ogni sabato, tra il 1967 e il 1973, sul Jornal do Brasil. Il filo conduttore esplicito che unisce le due cronache, la seconda proposta qui nella versione pubblicata successivamente fra i racconti, è il silenzio. Silenzio, quello della Lispector, che non è mai stanca rinuncia alla comunicazione ma spazio fertile, punto di tensione. È l’incontro febbrile con se stessi e con gli altri. L’occasione per lasciare alle spalle ciò che si è stati e mettersi in cammino verso l’ignoto.
Non so fino a che punto questi testi possano essere accostati al territorio incerto della poesia; quel che possiamo comprendere senza problemi, però, sono le parole che si affrettava a scrivere Bandeira: «Ancora oggi conservo il rimorso per quanto ho detto sui versi che mi hai mostrato. Hai interpretato male le mie parole. (…) scrivi versi, Clarice, e ricordati di me».

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Silenzio

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Così vasto il silenzio di una notte in montagna. Così disabitato. Invano ci si dà da fare per ignorarlo, pensando in fretta si cerca di nasconderlo. Oppure si inventa un programma, fragile appiglio ci guiderebbe fino al giorno che si rivela improbabile, domani. Questa pace ci spia, come oltrepassarla. È così grande il silenzio, che la disperazione si fa timida. Così alta la montagna, la disperazione si fa timida. Le orecchie si affinano, la testa si inclina, il corpo intero ascolta: nessun rumore. Non c’è neanche un gallo. In che modo essere alla portata di questa profonda meditazione del silenzio. Questo silenzio che non ha memoria di parole. Se sei la morte, come raggiungerti.
È un silenzio che non dorme: è insonne. Immobile ma insonne; e senza fantasmi. È terribile – non ci sono fantasmi. Lo si vorrebbe inutilmente popolare con l’eventualità di una porta che si apra cigolando, una tenda che si apre, che dice qualcosa. È vuoto e senza promesse. Se almeno ci fosse vento. Vento è furia, furia è vita. O la neve. Che è muta ma lascia tracce – tutto diventa bianco, i bambini ridono; il passo crepita e affonda. Questa sequenza è vita. Il silenzio invece non lascia indizi. Non si può parlare di silenzio come si parla di neve. A nessuno si può dire, come si sarebbe detto della neve: hai sentito il silenzio questa notte? Chi l’ha sentito ammutolisce.
La notte scende con le piccole allegrie di chi accende una lampada, la stanchezza a giustificare così la giornata. I bambini di Berna si addormentano, le ultime porte si chiudono. La via risplende nelle pietre per terra, splende già vuota. Le luci più lontane infine si spengono.
Questo silenzio iniziale però non è ancora il silenzio. Che si aspetti: le foglie troveranno l’ordine giusto sugli alberi, qualche passo tardivo è atteso per le scale.
Ma è il momento in cui dal corpo affaticato si solleva attento lo spirito, e dalla terra la luna alta. E allora il silenzio appare.
Il cuore che lo riconosce batte.
Si può pensare in fretta al giorno che è passato. O agli amici passati e per sempre perduti. Ma è inutile sottrarsi, è il silenzio. Anche l’amicizia perduta, la sofferenza peggiore, è soltanto fuga. Se all’inizio il silenzio sembra custodire una risposta – a tal punto ci struggiamo perché ci venga chiesto qualcosa – presto si scopre che da te, lui, non esige nulla, forse soltanto il tuo silenzio. Quante ore perdute al buio pensando che il silenzio ti giudichi – allo stesso modo aspettiamo invano il giudizio di Dio. Sorgono le spiegazioni, spiegazioni forgiate tragicamente, scuse di umiltà persino indegna. Così dolce è per l’uomo essere l’umiliato, mostrarsi indegno dalla nascita e ottenere il perdono.
Fino a quando si scopre: non è la tua vergogna che vuole. Lui è il silenzio.
Si può anche tentare di ingannarlo. Casualmente si lascia cadere un libro sul pavimento. Ma – orrore – il libro cade dentro al silenzio e si perde nella sua voragine immobile e muta. E se impazzito un uccello cantasse? Speranza inutile. Il canto attraverserebbe il silenzio come un flauto sottile.
A quel punto, se si ha il coraggio, non si lotta più. Si entra dentro, si va con lui; noi, ultimi fantasmi di una notte a Berna. Si entri pure. Non si aspetti l’oscurità che gli resta davanti, ma lui soltanto. Ci ritroveremo su una nave così straordinariamente grande che non avremo l’impressione di starci, e prenderà così tanto il largo che non ci accorgeremo di navigare. Più di questo un uomo non può. Vivere sull’orlo delle stelle e della morte è vibrazione che le vene non riescono a sopportare. E non c’è figlio di un pianeta o di una donna che abbia la pietà di intromettersi. Il cuore dovrà mostrarsi al nulla da solo e da solo battere forte al buio. Non si sente che il proprio cuore nelle tempie. Quando si presenta interamente nudo non è per comunicare, è sottomissione. Non siamo stati creati che per un piccolo silenzio.
Se il coraggio non c’è, meglio non entrare. Si aspetti davanti al silenzio ciò che resta del buio, i piedi appena bagnati dalla spuma di qualcosa che dentro di noi si infrange. Si aspetti. L’uno impenetrabile all’altro, due cose che non si vedono nell’oscurità. Si aspetti. Non la fine del silenzio, ma l’arrivo provvidenziale di un terzo elemento, l’aurora.
Da quel momento però non si dimentica più. Non serve fuggire verso un’altra città. All’improvviso, quando meno te l’aspetti, lo riconosci. Dentro al rombo delle automobili attraversando la strada. Nell’esplosione allucinata di due risate. Dopo che una parola è stata detta. A volte proprio dentro al cuore di una parola. Ottenebra le tempie, stravolge lo sguardo – eccolo. E questa volta è fantasma. Continue reading “Clarice Lispector, Due traduzioni”

inediti

Alberto Caeiro, Poemas Inconjuntos

Rodney Smith, Three Men with Shears no. 1 (1997)

Oggi ricorre l’ottantesimo anniversario della morte di Fernando Pessoa. Pubblichiamo per l’occasione alcune traduzioni da Poemas Inconjuntos di Alberto Caeiro.
Traduzioni e premessa sono a cura di Luigi Fasciana.

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È probabile che il lettore italiano trovi qualcosa di familiare nei versi di Caeiro. La leggenda vuole che il “Maestro” degli eteronimi (e dello stesso ortonimo) venga alla luce l’8 marzo del 1914. Risale allo stesso anno, pubblicato per le edizioni de “La Voce”, uno dei libri più intensi della poesia italiana del Novecento: Pianissimo. Le analogie tra Camillo Sbarbaro e Alberto Caeiro non sono poche. Oltre a condividere una certa poetica dello sguardo, cui fa seguito il ruolo decisivo assegnato agli “occhi”, entrambi occupano una posizione netta nei confronti del movimento che più ha marcato la poesia del secondo Ottocento: il simbolismo. Le cose significano solo se stesse e al mondo è negata l’ultima trascendenza possibile. Superata la foresta dei simboli, gli alberi sono soltanto alberi. Ma se il mondo di Sbarbaro è un deserto che ha perso la sua sirena, la tautologia di Caeiro propone uno sguardo nuovo, schietto e deciso. Tornare a vedere le cose per quello che sono significa accettare la mirabile singolarità di ogni ente – ben al di là del mero rifiuto delle correspondances; significa rinunciare all’edulcorazione del sogno, dell’ebbrezza e della memoria. Significa limitarsi a un presente impossibile, rifiutare il filtro dei sentimenti e del pensiero. La sua opera, in questo senso, è una “rifondazione del linguaggio poetico” (F. C. Martins).
Non è un caso che Pessoa abbia riservato al suo Maestro una fine prematura. Il destino folgorante di Caeiro, morto a soli 26 anni, ha le caratteristiche di un mito di morte e rinascita, un sacrificio attorno al quale i poeti del dramma pessoano, vuoi per analogia, vuoi per contrasto, hanno preso la parola.
Le poesie qui tradotte fanno parte di Poemas Inconjuntos, raccolta che ha sofferto la stroncatura illustre sia di Campos, che nota nell’ultima fase del maestro una certa “stanchezza”, sia di Reis, che parla invece di un’ispirazione “deteriorata e confusa”. Questa traduzione cerca di sottrarre lo sviluppo, o se vogliamo, la maturità della poesia di Caeiro al giudizio assai di parte dei suoi discepoli, che in lui ravvisavano una divinità statuaria, più che un poeta. Poemas Inconjuntos coltiva il paradosso principale del primo Caeiro, ovvero la ricerca di “un linguaggio che sia capace di rappresentare la natura senza la mediazione del pensiero” (F. C. Martins) attraverso una poesia che pure si dimostra densamente ragionativa. La serenità caeriana convive adesso con un tono più corrosivo, spesso al confine con la parodia; così come la vivacità di alcuni testi confina con una pacatezza quasi elegiaca. La policromia di questa raccolta dimostra – se mai ce ne fosse bisogno – che gli eteronimi non sono individui attraverso i quali l’autore ha potuto creare personalità (e poetiche) statiche e coerenti, ma sono essi stessi contraddittori, sfuggenti e abissali. La profondità e il fascino del “teatro dell’essere” pessoano sta anche in questo, così come la sua inafferrabilità. “La ricompensa di non esistere – per dirla con Caeiro – è essere sempre presente”.

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VORREI che mi bastassero il tempo e la quiete
Per non pensare più a nulla,
Né sentirmi più vivere,
E negli occhi altrui sapermi appena nel riflesso.

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EU QUERIA TER o tempo e o sossego suficientes
Para não pensar em cousa nenhuma,
Para nem me sentir viver,
Para só saber de mim nos olhos dos outros, reflectido.

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