saggi

“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Massimo Gezzi

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[Dopo il dialogo tra Gian Mario Villalta e Daniela Gentile (“altri versi”. Incontri di poesia contemporanea | Gian Mario Villalta), pubblichiamo oggi quello tra Francesca Santucci e Massimo Gezzi, secondo appuntamento della rassegna “altri versi.]

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Francesca Santucci: Ne Il mare a destra (2004) e L’attimo dopo (2009) incontriamo la storia di un individuo: leggiamo dei suoi viaggi in treno, delle case in cui ha abitato, del luogo in cui sono tumulati i suoi cani. L’esperienza idiosincratica, tuttavia, è affiancata da un’attenzione verso le forme di vita e materia prossime, il «minimo orizzonte di cose quotidiane». In particolare, ne Il numero dei vivi (2015) il soggetto si palesa come un ente immesso in uno spazio condiviso, plurale, circondato da esperienze più o meno monadiche con le quali confrontare la propria; l’identità della voce poetante si moltiplica, dà spazio a ogni «piccolo destino di una storia come tante», a personaggi diversi. Come si giunge al caleidoscopio de Il numero dei vivi? E in che relazione sta la frammentazione del soggetto con la variazione della forma? In questa raccolta, per dire, si registra un uso più sistematico della strofa, un ricorso all’organizzazione poematica dei componimenti, e la comparsa della scrittura in prosa.

Massimo Gezzi: Il numero dei vivi, sin dal titolo, voleva presentarsi come libro plurale, policentrico. Le mie esperienze biografiche e intellettuali, sottilmente intrecciate le une alle altre, mi hanno portato negli anni alla necessità di allargare lo sguardo. Per quanto io non abbia nulla contro la poesia lirica – a patto che non sia autoreferenziale e lacrimosa, come ho cercato di dire in un paio di saggi che si trovano on-line –, sentivo la necessità di estendere lo sguardo su tutti i vivi, o su molti di loro. Le esperienze biografiche da un lato (la paternità, l’emigrazione, la nuova professione di docente liceale) e una riflessione sulla società e la politica contemporanea innescata dalla lettura di filosofi per me importanti (Badiou, Žižek, Michéa) mi hanno portato a cercare di includere, in una raccolta di poesia, tante soggettività, oltre alla mia, a tentare di moltiplicare gli sguardi sulla realtà (è questo il motivo per cui ho incluso nel libro, non senza qualche resistenza interna dovuta al fatto che temo come la peste le strumentalizzazioni e l’engagement di facciata, poesie che parlano di migranti, come La notte di Natale e Corpi). Sentivo che era giunto il momento, insomma, di aprirsi alla pluralità delle voci e degli sguardi, di accogliere l’altro. E l’altro spesso ci mette a disagio, ci sembra imperfetto, fastidioso, se non addirittura sbagliato: è per questo, credo, che il libro accoglie l’imperfezione anche nella forma, nella struttura. Ci sono versi informi, testi in prosa, testi in poesia mista a prosa, sezioni chiuse e costruite (come la prima, Uno, tutta giocata sulla replicazione della strofa) e sezioni invece più sfrangiate, più sfuggenti. Mi sembrava, insomma, che la forma dovesse partecipare di questa diffrazione dello sguardo e del pensiero. Alcune poesie suonano male, non ingranano un ritmo: mi sono detto che era un rischio da correre, e le due epigrafi in difesa dell’imperfezione (da Simonide e da Bonnefoy) volevano dichiarare la consapevolezza di questo rischio e di questa necessità espressiva.

FS: Nel tuo ultimo libro, Uno di nessuno (2016), la prospettiva torna monolitica: ricorri a una prima persona per raccontare la biografia di Giovanni Antonelli, assumendo la sua stessa voce; lo fai attraverso la forma coesiva del poema. Gli ultimi versi, però, sembrano alludere – metapoeticamente – a un gioco del rovescio, a un’indistinzione identitaria: «Andate, parole […] lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà | veramente chi siamo, se io sono | Antonelli e voi tutti siete me».

MG: Proprio così. Volevo raccontare la vicenda di quest’uomo cancellato dalla storia e da qualsiasi memoria condivisa, di questo poeta magari non eccelso ma sicuramente autentico e valido. Potrei dire che Antonelli è uno dei tanti sommersi, uno dei «vinti della storia» che attendono di avere voce di cui parlava Walter Benjamin, e forse anche un subalterno nel senso gramsciano del termine. Ho scelto di raccontare la storia di quest’uomo e di questo scrittore, incontrato per puro caso, per tre ordini di motivi: un motivo biografico (siamo nati e abbiamo vissuto nello stesso paese, amandolo e odiandolo con simile intensità); un motivo storico-letterario (mi interessava ricostruire la vicenda di una persona e di uno scrittore di cui, prima che me ne occupassi io, reperendo documenti d’archivio inediti, non si conoscevano neanche le date e i luoghi di nascita e di morte); un motivo di ordine politico, che ho illustrato poco fa ricorrendo a Benjamin e Gramsci: Antonelli è uno dei tanti sommersi, e se la sua vicenda si potesse interpretare anche in modo allegorico, aggiungerei che raccontare la storia di un escluso, di un diverso, di un uomo recluso in innumerevoli istituti di detenzione (manicomi e carceri) è un po’ come raccontare la storia di uno dei tanti emarginati ed esclusi della nostra civiltà e dei nostri tempi. A questo allude, da una parte, la chiusa del poemetto: le vicissitudini di quest’uomo che evade e corre come un ossesso su e giù per l’Italia, cercando disperatamente un posto in cui vivere e un luogo in cui sentirsi parte di qualcosa, non sono diverse da quelle dei migranti di oggi, per esempio. D’altra parte, la chiusa («voi tutti siete me») voleva esprimere anche un sentimento di fraternità nei confronti di chi, come Antonelli, viene percepito come diverso e come scomodo per vari motivi e da diversi punti di vista egemoni. Ho cercato di affidare alla figura di questo poeta anarchico, anticlericale e «mattoide politicante» tutti questi significati e queste intenzioni.

FS: La robustezza di una sintassi minimale, essenziale, affianca un esercizio di indagine sulle cose, una deissi che tende a scomporre il circostante fino alla sua forma atomica. È interessante constatare come un lessico e una sintassi estremamente sobri veicolino un senso del reale che spesso si presenta cifrato, inintelligibile, inaccessibile. Ne Il numero dei vivi, una bambina indica delle cose, chiede con insistenza “Che è?”, e non le bastano le risposte, anche quando le riceve continua a chiedere; allora, la poesia conclude con i versi: «Sillabiamo, | ripetiamo, ma sappiamo benissimo | che hai ragione tu.».

MG: Concordo con questa osservazione. Lessico e sintassi sobri possono benissimo veicolare un senso del reale complesso e cifrato. Una delle poesie di Leopardi più radicalmente interrogative è il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che è anche una delle sue poesie più lineari, cantabili, più ricche di rime baciate e di espedienti semplici come le figure di ripetizione, oltre che di un lessico tutto sommato elementare (luna, greggia, pastore, erbe, nubi, vita, cielo, ecc.). E in fondo la radicalità delle domande che pongono i bambini è generata proprio da parole semplici, da gesti che sembrano elementari e che invece schiudono enigmi assoluti. L’economia dei mezzi espressivi non è mai direttamente proporzionale, mi pare, alle potenzialità conoscitive di un testo o di un’opera d’arte.

FS: Lo spazio che descrivi in molte delle poesie de L’attimo dopo è popolato di oggetti “postumi”: gli esseri umani e gli oggetti rispondono a un ciclo vitale al termine del quale la materia trapassa in una forma nuova, subisce una metamorfosi, continua a esistere “in altre forme”. È possibile che questa visione epicurea della materia sottragga alla tua poesia un’istanza stuporosa, epifanica? Mi pare che tu preferisca la ripetizione, all’occasione; e se tutto è già attorno a noi, niente di nuovo può arrivare a sconvolgere le circostanze presenti. (In Tuesday Wonderland, da L’attimo dopo, alcuni passanti si incrociano e il soggetto – che osserva e partecipa al quadro – ha in mente la morte di una persona, immagina che tutti sappiano, eppure è «un giorno come tanti», e le «cose restarono tutte quel che erano | l’attimo precedente: la luce fu luce, | gli autobus autobus, | gli aceri gli stessi, con qualche foglia in più»).

MG: Questa intuizione mi sembra notevole, e l’ipotesi che articoli mi appare del tutto credibile. In fondo io non credo o non credo più (o forse non ho mai creduto) che la vita si conformi come una «ripetizione dell’esistere» dalla quale emergono, talvolta, momenti privilegiati e rivelativi. Questa tensione, tipica della visione del mondo di Montale, mi è sempre sembrata fortemente metafisica, tant’è che Arsenio, sul litorale illividito dalle tracce della tempesta imminente, cerca i segni di un’«altra orbita». Il sentimento della permanenza, nel mio pensiero, è tanto forte quanto quello della perdita, del mutamento. Il fatto che gli esseri spariscano di continuo non sminuisce né contraddice la loro capacità di permanere (dentro di noi, è ovvio, perché per me tutto si gioca solo e soltanto su questo mondo e in questa vita). Occorre anche aggiungere, però, che qualcosa di fortemente traumatico o di fortemente politico (o entrambe le cose insieme) potrebbe benissimo sconvolgere d’improvviso questa percezione: l’imponderabile cambia la forma del pensiero, e dell’imponderabile non possiamo parlare.

FS: Da anni collabori con il musicista Roberto Zechini, col quale hai organizzato diversi concerti-reading: le vostre sono performance in cui «testi e musica dialogano, si rispondono e si interpretano a vicenda» (In altre forme, 2011). Come si trasforma la tua poesia a contatto con un linguaggio diverso? Queste esibizioni, oltre alla poesia e alla musica, portano al centro anche la figura dell’autore-attore, non contemplata nella lettura silenziosa di un testo.

MG: Il rapporto e la collaborazione con Roberto Zechini durano ormai da quindici anni. Certamente la performance dal vivo recupera la voce, che a me continua a sembrare importante, nonostante secoli di lettura silenziosa. La poesia conserva una dimensione musicale che può (non: deve) essere tradotta in lettura ad alta voce e in musica. La poesia non si trasforma, però, perché la scrittura prescinde sempre e necessariamente da qualsiasi corollario. Diciamo che quando leggo con Zechini eseguo il testo in una maniera diversa da come lo eseguo quando leggo da solo: con la musica avviene un dialogo, un inseguimento di ritmi che nella lettura semplice non esiste. E siccome sono musiche scritte o reinventate per i testi, questo dialogo dà spesso luogo a esiti per noi sorprendenti, anche quando improvvisiamo. Con Uno di nessuno, però, le cose sono cambiate: Zechini ha scritto un vero poema musicale che si sovrappone e si intreccia al mio, seguendolo capitolo per capitolo. Data questa struttura chiusa e complessa, ho sentito il desiderio e la necessità di affidare la lettura a un attore: così a dicembre Stefano De Bernardin è diventato Giovanni Antonelli, e la natura spuria di quel poemetto (un po’ narrazione, un po’ monologo teatrale) è stata messa perfettamente in luce dalla sua bellissima interpretazione. Speriamo di poterlo riproporre presto da qualche parte.

FS: L’attenzione verso la contemporaneità è un elemento importante che non declini solo all’interno della tua poesia: penso alle interviste e alle recensioni raccolte nel tuo Tra le pagine e il mondo (2015), e soprattutto al tuo ruolo di redattore (nonché fondatore) del sito culturale Le parole e le cose.

MG: Sì, cerco di restare attento, malgrado il lavoro di docente a tempo pieno (che in Svizzera comporta 24 ore di insegnamento in aula, più tutto il resto) mi abbia messo a dura prova, in questi ultimi anni. Tra le pagine e il mondo è un libro di congedo: un po’ per mancanza di tempo, un po’ per penuria di spazi (perché alcune testate, per eccesso di correttezza, impediscono a un poeta di recensire libri di poesia) so che non riuscirò più a dedicarmi alla poesia degli altri con l’attenzione e la costanza che avevo quando avevo venticinque o trent’anni. Ho riunito così dieci anni di recensioni e interviste – alcune delle quali a grandi poeti che non ci sono più: Raboni, Sanguineti, Heaney, Ashbery – in un volume di quasi trecento pagine.

Le parole e le cose invece è una bella realtà cui ho dato vita insieme a Guido Mazzoni e Gianluigi Simonetti nel settembre 2011 e che mi sembra ancora uno spazio importante, malgrado i blog appaiano tendenzialmente in declino rispetto a Facebook e Instagram. Fin quando riusciremo a renderlo un luogo capace di occuparsi della contemporaneità con la dovuta profondità e serietà, però, LPLC resterà uno spazio prezioso per tutti. Anche per me, certo, che ne traggo quotidianamente stimoli e inviti a riflettere.

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Immagine: Jürgen Partenheimer, Metaphysischer Realismus (E. M.) 2000.

saggi

Franco Fortini, Vergogna della poesia

Franco Fortini

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Fra qualche giorno ricorrerà il ventesimo anniversario della morte di Franco Fortini. A partire da oggi, le pubblicazioni di questa settimana saranno dedicate al ricordo del poeta, cominciando con un estratto dal saggio Vergogna della poesia,“La Fiera letteraria”, IV, 5, 30 gennaio 1949, ora in Franco Fortini, Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003, pp. 1270-1279.

 

Ferma restando, dunque, la natura ambigua e dialettica della poesia, quel suo continuo dire altro da ciò che sembra dire, potremmo forse chiederci se sua destinazione non fossero, molto semplicemente, i non poeti, gli uomini tutto senso o gli uomini tutto intelletto. Ma che vuol dire giungere, destinarsi? Mostrarsi come una verità «inaspettata». Per usare una vecchia distinzione, la poesia non è volgarmente simbolica; ma è una pietra segnata, un sùmbolon, una pietruzza sulla quale è segnato un nome nuovo per il destinatario, «che nessuno conosce se non colui cui essa è data». La poesia è, al tempo stesso, cosa in sé e cifra, oggetto e segno. Di che cosa? Di una verità, di una totalità od unità che essa raffigura per speculum. In questo senso è certa l’analogia della poesia con la religione in quanto e l’una e l’altra sono il luogo della scissione dell’uomo in più parti e insieme l’intenzione di un superamento della scissione. Per questo «mostrarsi» della poesia, abbiamo scritto che deve esistere un modo di prendere sul serio i poeti; e ciò non significa affatto ridurre la poesia a didascalia o a «letteratura», così da usare i contenuti di Dante o Leopardi come propedeutica all’azione, o simili usi retorici: bensì cogliere nella perpetua e instabile oscillazione fra contenuto e forma, fra musica esplicita e musica implicita (poesia come «oggetto naturale» ma anche «intenzionale») in quel continuo generarsi e sprigionarsi di una verità sintetica, che è il battito stesso del sangue dell’opera poetica, una energia dello stesso genere, sintetica quindi e generatrice di sintesi.
[…]
Per il fatto stesso di presentare ai non poeti l’ambigua natura di una «cosa» riducibile tanto alla pura gratuità della natura quanto alla pura strumentalità; per il fatto stesso di presentare accanto alle interpretazioni del mondo che ogni uomo si fa ad ogni istante della propria vita, una interpretazione altrettanto legittima e totale, la poesia pretende alla dittatura; chiede, con la forza della propria autorità, la propria incarnazione. E siccome la vita di relazione fra gli uomini non è altro che la vita e la lotta delle innumerevoli interpretazioni del mondo, cioè delle innumerevoli anime che ci abitano, la più profonda esigenza della Commedia è quella di volere che la realtà di tutti gli uomini sia quella della Commedia fatta a sua immagine e somiglianza. Non soltanto, dunque, un mondo che si esempli sulla fede cattolica di Dante, sulla sua teologia, o passione politica o nevrastenia (ché, in questo caso, considereremmo la poesia della Commedia alla stregua di un qualsiasi trattato teologico o politico del suo tempo, che si affannasse bensì a dimostrare e a persuadere ma che poi avrebbe sempre bisogno di un sussidio nostro di fantasia e sentimento e calore vitale per «mostrarsi» con l’intensa e perentoria forma della poesia). Ma bensì un modo che è quello della fede cattolica, della sua teologia ecc., più una certa inflessione, una certa pronuncia, un certo timbro (che chiamiamo dantesco) più o meno diverso da quello della fede cattolica e dalla teologia di un qualsiasi credente o teologo, e che neppure è dantesco a quel modo che sono stati danteschi i tic nervosi o gli isterismi dell’Alighieri Dante, cittadino di Firenze; ma, per una qualità d’anima per cui si è danteschi anche senza essere Dante.
Il valore di testimonianza della poesia, che non differisce da quella del santo o del politico perché, come quelli, il poeta proclama un giudizio sugli altri che è, al tempo stesso, un «Guarda il mio cuore». Si può infatti passare accanto ad un’opera di poesia senza prenderla sul serio, come si può assistere alle imprese di un eroe o di un santo senza avvertirne il significato terribilmente critico; se è vero, com’è vero, che ad ogni individuo, in ogni momento, e in ogni luogo, si offre la scelta fra verità e errore, fra una verità e un errore, la poesia è un’occasione di scelta, uno scandalo o pietra d’intoppo; davanti ad essa possiamo fermarci o passare oltre. E una volta ascoltata quella voce, possiamo dimenticarla subito e distrarcene. Continue reading “Franco Fortini, Vergogna della poesia”