inediti

Gherardo Bortolotti, Le storie del pavimento

Alex S. MacLean

[In attesa di ripartire con un nuovo ciclo a settembre, durante la pausa estiva ripubblicheremo alcuni materiali usciti nell’ultimo anno. Questi testi di Gherardo Bortolotti sono stati pubblicati il 19 giugno 2017]

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  1. I muri erano i contrafforti di un mondo escluso dai nostri tragitti. Li costeggiavamo ciclicamente, percorrendone i battiscopa, superando le piccole scaglie di intonaco ai loro piedi, la polvere arenata contro il loro spigolo. Sulle pareti sentivamo scorrere le correnti convettive che muovevano i nostri sogni, i pensieri distratti e sentimentali che ci spingevano da una camera all’altra. Il loro spessore era interminabile. In un’epoca lontana, tentammo di scavarlo, di penetrare le sue misure e accedere all’altra parte. Procedemmo per anni sempre più a fondo nei laterizi, tra le tubature e gli impianti elettrici, le assi di legno, le intelaiature catramate e non arrivammo da nessuna parte. Trovammo solo un pupazzo, un pinocchio di pezza incastonato tra qualche mattone, che torreggiava sulle nostre teste e ci chiese del giorno e della notte.

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  1. Paolino credeva nell’esistenza della meraviglia e delle colpe essenziali. Portava sul braccio la macchia di una cosa sbagliata che nemmeno le fonti delle Sette Caverne avevano potuto lavare. Se nell’ora del giorno vedeva il pulviscolo, perso in un moto browniano perfetto offerto al sole domenicale, inclinava la testa e infilava le dita nelle liste di luce che superavano le tapparelle, convinto di segnare le strade aeree della polvere, di essere ricordato dalle sue civiltà future come una catastrofe originaria, come quella che lo chiamava dalla porta della cucina.

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  1. Sapevamo dell’esistenza di esseri metafisici inferiori che abitavano gli spessori del pavimento e, ogni tanto, ci fermavamo a fissare le mattonelle in marmo variegato, le fessure minuscole che le separavano per scoprire qualche segno, per cercare le loro tracce, per intuire qualche loro oscura intenzione. Fra tutti temevano i Lombrichi, che si cibavano delle cose smarrite, delle parole sbagliate, dei momenti, alcuni felici, dimenticati. Ci avevano parlato dei loro regni bui, in cui accumulavano in modo ottuso monetine e caramelle, pezzi degli scacchi, pomeriggi estivi, matite spuntate. Qualcuno ci aveva detto che, da qualche parte in fondo all’armadio, si apriva una porta segreta che vi conduceva. Altri sostenevano che fosse nel corridoio, murata dietro il battiscopa. Per anni seguitammo a cercarla, incidendo nell’intonaco segni e scalfitture segrete.

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  1. Era in bagno che spesso Paolino pensava alla morte, mentre il getto del phon lo costringeva al silenzio, e l’aria asciutta e calda lo faceva sentire inesatto. I Grandi si affaccendavano. Le luci si riflettevano sugli specchi e la notte si avvicinava, portando con sé gli strani doni del sonno e della paura. Oltre la porta, il buio dell’appartamento era colmo di pensieri grandi e lentissimi che l’attraversavano come cetacei ottusi, alieni, come i signori di una vita già appartenuta a qualcuno, e che non sapeva quietarsi tra le stanze e i mobili. Per Paolino era sempre troppo tardi per potersi svegliare.

*

  1. Paolino, con il naso per aria, vedeva i Grandi aggirarsi per casa, accompagnati ognuno da un sosia mostruoso, un gemello nero di ferocia e ignoranza che li teneva per un braccio, o per la nuca. Ne parlò all’omino dell’ombra e questi lo pregò di tacere. Più tardi, durante i riti del sonno, i gemelli lo raggiunsero nel letto e lo uccisero ancora. Gli mostrarono gli occhi abissali con cui non potevano vedere il mondo; gli aprirono il segreto del loro cuore che non aveva confini.

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  1. Fu nel cassetto delle posate che scoprimmo il corpo mistico dell’acciaio inossidabile, dei tappi usati, dei cucchiaini spaiati con cui, ogni giorno, qualcosa si doveva colmare. Le mattine si succedevano l’una nell’altra, divenendo ogni giorno più anguste, sprofondando sempre più nello scorcio della cucina e della finestra, schiacciandosi contro quella differenza dei muri, che ci costringeva ad avanzare sul pavimento, in cerca di qualcosa che un tempo avremmo saputo.

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Immagine: Alex S. MacLean

inediti

Gherardo Bortolotti, Le storie del pavimento

Alex S. MacLean

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di prose inedite di Gherardo Bortolotti (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione.]

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  1. I muri erano i contrafforti di un mondo escluso dai nostri tragitti. Li costeggiavamo ciclicamente, percorrendone i battiscopa, superando le piccole scaglie di intonaco ai loro piedi, la polvere arenata contro il loro spigolo. Sulle pareti sentivamo scorrere le correnti convettive che muovevano i nostri sogni, i pensieri distratti e sentimentali che ci spingevano da una camera all’altra. Il loro spessore era interminabile. In un’epoca lontana, tentammo di scavarlo, di penetrare le sue misure e accedere all’altra parte. Procedemmo per anni sempre più a fondo nei laterizi, tra le tubature e gli impianti elettrici, le assi di legno, le intelaiature catramate e non arrivammo da nessuna parte. Trovammo solo un pupazzo, un pinocchio di pezza incastonato tra qualche mattone, che torreggiava sulle nostre teste e ci chiese del giorno e della notte.

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  1. Paolino credeva nell’esistenza della meraviglia e delle colpe essenziali. Portava sul braccio la macchia di una cosa sbagliata che nemmeno le fonti delle Sette Caverne avevano potuto lavare. Se nell’ora del giorno vedeva il pulviscolo, perso in un moto browniano perfetto offerto al sole domenicale, inclinava la testa e infilava le dita nelle liste di luce che superavano le tapparelle, convinto di segnare le strade aeree della polvere, di essere ricordato dalle sue civiltà future come una catastrofe originaria, come quella che lo chiamava dalla porta della cucina.

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  1. Sapevamo dell’esistenza di esseri metafisici inferiori che abitavano gli spessori del pavimento e, ogni tanto, ci fermavamo a fissare le mattonelle in marmo variegato, le fessure minuscole che le separavano per scoprire qualche segno, per cercare le loro tracce, per intuire qualche loro oscura intenzione. Fra tutti temevano i Lombrichi, che si cibavano delle cose smarrite, delle parole sbagliate, dei momenti, alcuni felici, dimenticati. Ci avevano parlato dei loro regni bui, in cui accumulavano in modo ottuso monetine e caramelle, pezzi degli scacchi, pomeriggi estivi, matite spuntate. Qualcuno ci aveva detto che, da qualche parte in fondo all’armadio, si apriva una porta segreta che vi conduceva. Altri sostenevano che fosse nel corridoio, murata dietro il battiscopa. Per anni seguitammo a cercarla, incidendo nell’intonaco segni e scalfitture segrete.

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  1. Era in bagno che spesso Paolino pensava alla morte, mentre il getto del phon lo costringeva al silenzio, e l’aria asciutta e calda lo faceva sentire inesatto. I Grandi si affaccendavano. Le luci si riflettevano sugli specchi e la notte si avvicinava, portando con sé gli strani doni del sonno e della paura. Oltre la porta, il buio dell’appartamento era colmo di pensieri grandi e lentissimi che l’attraversavano come cetacei ottusi, alieni, come i signori di una vita già appartenuta a qualcuno, e che non sapeva quietarsi tra le stanze e i mobili. Per Paolino era sempre troppo tardi per potersi svegliare.

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  1. Paolino, con il naso per aria, vedeva i Grandi aggirarsi per casa, accompagnati ognuno da un sosia mostruoso, un gemello nero di ferocia e ignoranza che li teneva per un braccio, o per la nuca. Ne parlò all’omino dell’ombra e questi lo pregò di tacere. Più tardi, durante i riti del sonno, i gemelli lo raggiunsero nel letto e lo uccisero ancora. Gli mostrarono gli occhi abissali con cui non potevano vedere il mondo; gli aprirono il segreto del loro cuore che non aveva confini.

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  1. Fu nel cassetto delle posate che scoprimmo il corpo mistico dell’acciaio inossidabile, dei tappi usati, dei cucchiaini spaiati con cui, ogni giorno, qualcosa si doveva colmare. Le mattine si succedevano l’una nell’altra, divenendo ogni giorno più anguste, sprofondando sempre più nello scorcio della cucina e della finestra, schiacciandosi contro quella differenza dei muri, che ci costringeva ad avanzare sul pavimento, in cerca di qualcosa che un tempo avremmo saputo.

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Immagine: Alex S. MacLean