editi, saggi

Corrado Benigni | Un’intervista

Photography into sculpture

a cura di Francesca Santucci

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Francesca Santucci: La coerenza di poetica da Tribunale della mente (Interlinea 2012) a Tempo riflesso (Interlinea 2018) è forte: un invito costante alla decifrazione del segno, alla disamina del vero. Cosa significa condurre una ricerca sull’individuo attraverso le tracce, oggi che l’individuo è circondato dalla superfetazione di segni e produce di per sé una quantità vertiginosa di dati?

Corrado Benigni: Significa tentare, attraverso la poesia, di cogliere i segreti che il mondo nasconde oltre la pellicola delle apparenze. Attraverso le parole un poeta tenta continuamente di forzare la percezione e il linguaggio; crea una sospensione, una distanza in cui il senso del mondo forse non ci apparirà spiegato, ma almeno intravisto. In questo senso la poesia è anche uno strumento di conoscenza e un’attitudine dello sguardo. Uno sguardo, soprattutto in questo mio ultimo libro, che alterna l’abbassamento verso quanto c’è di più ovvio e piccolo nella natura, quanto l’alzarsi verso un orizzonte in cui ombelico è l’infinito. Non a caso una delle parole chiave di Tempo riflesso è ‘pietra’. Le pietre sono un simulacro perfetto del mistero dell’esistenza: numerose quanto e più degli uomini, così anonime, eppure ciascuna con una sua storia. Le pietre sono il prodotto passivo di forze gigantesche e casuali: ma proprio questo essere ostaggio del destino le rende così uniche; osservare un sasso che ti capita tra i piedi può aprire una vertigine di conoscenza. Questo detrito cosmico apparentemente senza valore e senza espressione, che racchiude in sé passato, presente e futuro, può dunque essere letto come il simbolo della mia ricerca sull’individuo attraverso le sue tracce. Continua a leggere “Corrado Benigni | Un’intervista”

editi

Clemente Rebora, Frammento XVII

rebora

Il testo è tratto dall’edizione commentata dei Frammenti lirici, a cura di Gianni Mussini e Matteo Giancotti (con la collaborazione di Matteo Munaretto), interlinea edizioni, Novara 2008.
Lo pubblichiamo con una breve presentazione di 
Marco Villa.

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La poesia di Rebora è una lotta interminabile tra i poli opposti dell’idea e della sua realizzazione, del metafisico da calare nel fisico, della potenza che si deve fare atto e «non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe» (O carro vuoto…), perché scegliere tra l’incarnazione e l’incompiutezza significa esitare tra una de-gradazione e la pura inesistenza: «Se scende, ignoto tramonta / Nell’ingannevol natura; / Se monta, vuoto svapora nel nulla» (Dalla razzante pendice).
Nel Frammento XVII, questa dicotomia che fonde l’astrazione nella concretezza più brutale si incrocia con la tematica amorosa, con un amore che non sa (non vuole? non deve?) rivelarsi, passare dalla potenza all’attuazione e quindi esistere.
Così lo stile sembra deviare sul paesaggio, quasi «per reazione rabbiosa» secondo le parole di Matteo Giancotti, l’enorme carica sentimentale ed erotica che i due ragazzi tengono racchiusa e che, forse per non sprecare, sprecano. E quando il non-atto è consumato, del paesaggio, come della loro giovinezza, non resta che «uno spento bracere», «la spoglia di un morto».
Forse il sacrificio apre a una nuova età di consapevolezza, ma in questo Frammento Rebora si focalizza solo su ciò che viene perso (uno stadio dell’esistenza, una possibilità vivificante) e sul fallimento di chi non è riuscito veramente a trarre «dal pensiero la vita».

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Da tutto l’orizzonte
Il ciel fuso balenava
Con slanci arcuati di luce
Verso l’alta vertigine azzurra
Che al sommo traboccando più vibrava;
Giacevan sui confini
Grembi di nuvole bianche,
Ma il sol maschio sfuriava
Sulla terra supina
Nel grande amplesso caldo.
E con turgidi muscoli
Si sforzava ogni cosa violenta
E si palpavan i sonori tonfi
E s’incendiavan i colori secchi;
E nel convulso spazio,
Dalle coscie dei monti
Al gran seno dei piani,
Dalla testa dei borghi
Ai nervi delle strade,
Con àliti e gorghi
Con guizzi e clangori
Ebbra l’ora si stordiva;
Ebbra l’ora si smarriva
Nel senso delle voci
Di giovani a diporto,
Di giovani cercanti
Dal pensiero la vita.
La compagna al compagno
Il compagno alla compagna,
Voleva ognun confidare
Qualcosa ch’era tanto:
E scaturiva l’invito bramoso
D’intorno, aperte le magiche porte,
Ampliate le ardenti finestre
Protesi i fiorenti balconi
Della natura balzata su,
E al suo piede ferveale un piacere
Che voluttuoso salendo con gioia
Dai fianchi al sommo iridava
Di squamme e scintille
La bella e fragrante dimora.
Il compagno alla compagna
La compagna al compagno,
Volea ciascuno gridare
Ciò che non era mai detto,
E passar da ogni varco
E popolare la reggia
E confondersi insieme
Nell’acciecante verità enorme.
Ma rotolarono sillabe,
Ma ragionarono il mondo:
E riser tutto il dì per non sapere,
Mentre ogni cuore sciupava
La sua farfalla.
S’annidò il cielo corto,
E si fece uno spento bracere;
Languì alla terra il piacere,
E si fece la spoglia di un morto:
Strisciò la notte,
Scivolò la partenza,
S’aprì la voragine
Della città rombante. Si lasciarono,
E lasciarono la giovinezza.