saggi

Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora

Fitzcarraldo

da “Scarto minimo”, n. 2, ottobre 1987.

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E noi che pensiamo la felicità
come
un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch’è felice, cade.
(Rainer Maria Rilke)

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Continuare a sentire il carattere costitutivo e perciò irremovibile del dislivello tra realtà e scrittura, come continuo reciproco superamento. Eppure nel contempo cercare, con un disincanto “positivo” (che è volontà di cercare ancora – altrimenti non si scriverebbe neanche più – rifiutando lo scudo dell’amarezza ironica), cercare il contatto, cercare di porsi sullo stesso piano delle cose (che perciò non è mai il grado zero: lo scarto resta, questo è il fatto: quando il punto chiude il verso la realtà è già altrove – e sarebbe bello poter risolvere tutto semplicemente togliendo la punteggiatura, come si faceva tanti anni fa).
Da una parte allora evitare di porsi “al di sopra”. Ciò ha significato in questi anni il progressivo rifiuto della “falsità” del lessico ricercato, dei linguaggi speciali, del freddo tecnicismo, etc. E invece recupero del linguaggio quotidiano, particolare attenzione alla sintassi.
Dall’altra parte però vincere anche la tentazione uguale e contraria di porsi “al di sotto”. È il rischio di certo minimalismo poetico che in definitiva si basa su una sorta di tecnicismo alla rovescia i cui risultati ben levigati sono talvolta sconcertanti per la loro vacuità. Alternativa non del tutto scomparsa, su questo fronte, è la scelta di un lessico povero, nel senso in cui anni fa si parlava di un “teatro povero”. In entrambi i casi è troppo forte l’impressione di trovarsi di fronte ad un quotidiano artificiale. Continua a leggere “Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora”