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Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Stelvio Di Spigno

elliott erwitt

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino, qui quello di Gherardo Bortolotti), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Stelvio Di Spigno].

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Se voi mi chiedete “cosa ha da dire Stelvio di Spigno”, io posso rispondere, come sono soliti fare la maggioranza dei poeti: prima scrivo e poi provo a dire cosa ho fatto nella mia scrittura. Non molti, però, ne sono capaci, anche perché è già molto difficile dire cosa si è cercato di fare quando si è già scritto, figuriamoci mentre si sta scrivendo o prima di averlo fatto. Da leopardista accanito, devo dire che l’unico che è stato capace di dire con chiarezza cosa voleva fare in poesia, e poi lo ha fatto, è stato Giacomo Leopardi. Egli ha definito tutto: la sintassi, la prosodia, il lessico – distinguendo fra parole considerate poetiche e parole reputate non poetiche. Dire ad una persona che scrive di poesia “cosa dici?” è come chiedere ad un cieco “cosa vedi?”.

Ho scritto quattro libri e devo dire di essere molto grato a queste due figure di critici e poeti che ci hanno invitato qui a Siena: Guido Mazzoni, il cui libro Sulla poesia moderna (2005) è stato per me di importanza fondamentale, e Stefano Dal Bianco, senza il quale sarebbe esistito solamente il mio primo libro, Mattinale (2002); senza di lui, le seguenti tre raccolte, alcune in maniera maggiore altre minore, non sarebbero state scritte, o almeno non in questo modo. Quando Dal Bianco ha pubblicato Ritorno a Planaval (2001), ho capito che potevo sfondare l’endecasillabo così preponderante nel mio primo libro e, allo stesso tempo, le sue poesie mi hanno garantito – anche nel lessico – una libertà nuova: poter dire «porta» e non «uscio», «tristezza» e non «mestizia», «morte» e non «angelo nero» per esempio. Grazie a lui sono riuscito ad attualizzare la mia poesia, a renderla figlia del nostro tempo.

Nel mio percorso di lettura e di scrittura una questione è sempre stata fondamentale, e attorno ad essa è sempre ruotato il mio lavoro: il rapporto fra ciò che si scrive oggi e ciò che è già stato scritto, ossia la Tradizione. Finché c’è stato un aggancio importante fra i poeti e la Tradizione, c’è stata grande poesia in Italia. Ciò che spesso si dimentica – ed oggi questa mancanza tende a farsi sentire con forza – è che la Tradizione non è un dato secondario, ma qualcosa di importante, fondamentale, decisivo.

Dopo aver letto il saggio Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni, ho riflettuto nuovamente sulla poesia contemporanea e sul mio modo di scrivere poesia, un modo che più volte è stato definito come inattuale e – in maniera velatamente accusatoria se non dispregiativa – “classico”. Mi tormentava una consapevolezza, ossia il fatto che noi, in questo periodo storico, non abbiamo una grande voce poetica che possa essere paragonata a Montale, Saba, Ungaretti, Noventa, Sereni, Luzi, Zanzotto. Percepivo una mancanza. La poesia può essere latente anche per lunghi secoli, ma non per questo – naturalmente – non si scrive, non si pubblica, non vengono assegnati Nobel o non arrivano poeti alle grandi case editrici. Ciò che più mi appariva perduto era però un rapporto costante, veritiero, inscindibile – quasi “ontologico” – con la Tradizione.

Bisogna scontrarsi con la Tradizione, interiorizzarla, ricrearla, rimetterla in circolo, se si aspira ad essere poeti. Il mio primo libro, Mattinale (Sometti, Mantova 2002), è stato questo: un assorbimento enorme, anche eccessivo, della Tradizione. Ma così doveva essere. Ero giovane, non avevo esperienza di vita, avevo soltanto tanti libri letti da cui attingere. Poche poesie di questo libro sono davvero personali; le altre sono il frutto, e si sente, di questo scontro frontale con la grande poesia del passato.

Poi è venuto il momento in cui io ho tentato di parlare della mia esistenza, e di farlo ricercando un nuovo modo con cui approcciarsi alla Tradizione, a partire dall’io, cioè dalla mia storia personale. È stato allora che ho letto Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, e nelle sue poesie ho trovato una possibile via d’uscita, un nuovo modo di guardare alla lingua e alla poesia passata. Così ho scritto il mio secondo libro, Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007), ma era un po’ troppo carico di parole. Sentivo che bisognava essere più essenziali. Ho cercato quindi di restringere la prospettiva, di asciugarne le forme, ed è nata La nudità (Pequod, Ancona 2010). Infine siamo giunti a Fermata del tempo (Marcos Y Marcos, Milano 2015), di cui non saprei dirvi, perché la sua scrittura è ancora troppo recente.

Da studioso, nei dieci anni in cui ho lavorato all’Università di Napoli, ho vissuto un periodo di grande formazione. Ho potuto leggere Dante, comprendere come Dante veniva recepito nelle altre lingue e culture, ripercorrere numerose storie della letteratura, confrontarmi con Leopardi. Se la mia poesia ha qualcosa da dire – questo credo di aver compreso – lo ha in relazione a questo punto specifico, al rapporto che dovrebbe sempre permanere fra ciò che si scrive oggi e ciò che è stato scritto in precedenza; rapporto che in Italia in questo momento, a mio modo di vedere, manca.

Quello che ho cercato di fare e di dire nei miei libri ruota attorno a questo tema. Il Passato, la Poesia, la Tradizione, da un lato; il tempo presente, la sensibilità personale, la Storia dell’oggi, dall’altro. Io voglio fare poesia, ma allo stesso tempo voglio fare letteratura. Non mi interessa fare pura poesia, non mi basta.

Noi abbiamo un campo a cui ci possiamo rivolgere, differente da quello della poesia, che ci consegna un esempio che io credo sia significativo: la musica colta contemporanea. Quest’ultima ha sdoganato la atonalità, poi ha creato la dodecafonia, quindi la dodecafonia integrale, e già negli anni Cinquanta la scuola di Darmstadt si rese conto che non andava da nessuna parte, che la strada intrapresa non aveva vie d’uscita. Ecco che si ingegnarono alla ricerca di modi per evadere, fino all’avvento di Alfred Schnittke, compositore russo, considerato da tutti l’erede di Šostakovič e Prokofiev. La grande intuizione di Schnittke è stata quella di ripartire dal Settecento e dal primo Novecento, attraversando con sensibilità nuova tutto ciò che lo aveva preceduto, rielaborandolo. Ciò gli ha permesso di intraprendere una strada significativa, mai percorsa fino ad allora, quella della simultaneità di stili, il cosiddetto “polistilismo”, ricercando reazioni vibranti nella contiguità di differenti piani musicali. In pratica, questo grande della musica dell’ultimo trentennio del Novecento, ha studiato e messo in pratica un assioma rivoluzionario: sostituire il mantra della musica dodecafonica, che per essenza rappresenta una simultaneità di suoni, con la sua visione basata su una simultaneità di stili. Il risultato è stato che la sua musica ha ripreso ad essere “ascoltabile”. Quella a lui precedente, no.

Se questo è stato fatto in musica, io credo che possa essere fatto anche in letteratura, ed è ciò che io cerco di fare come poeta. Non so se ne ho il talento, le capacità, le possibilità linguistiche per farlo, però penso che occorra provarci, perché se anche ci si riesce in parte, significa aver aperto una strada, e anche un piccolo contributo in questo senso può essere qualcosa di estremamente importante e prezioso. Qualcuno migliore di me, magari in futuro, riuscirà a costruire un nuovo cammino su delle basi che ho gettato io. Quello che ho da dire come scrittore di versi, secondo il mio punto di vista, è questo.

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Immagine: Elliott Erwitt, Sequentially Yours.

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Lorenzo Carlucci

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane 
formavera proporrà i loro interventi, seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Lorenzo Carlucci].

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Poesie, Programmi, Tautologie

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1. Matematica come Metafora

Poiché farò uso di diversi concetti presi dalla Matematica e dall’Informatica, inizio indicando un nume tutelare: Yuri Manin. Manin è un importante matematico e autore di un saggio dal titolo Matematica come Metafora, in cui propone un uso della Matematica come metafora. (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni

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Segnaliamo un evento che si terrà domani, mercoledì 5 aprile, a Siena dedicato ai poeti nati negli anni Settanta a cura di Stefano Dal Bianco: “Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni.”

ore 15.30, Palazzo San Niccolò, ex-Cappella, via Roma 56, Siena

Gherardo Bortolotti
Lorenzo Carlucci
Azzurra D’Agostino
Stelvio Di Spigno

dialogheranno con Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni.

A seguire, alle ore 21.30, i poeti leggeranno i propri testi presso UnTubo, via del Luparello 2, Siena.

 

 

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /4

Abelardo Morell, Camera Obscura, View Outiside Florence With Bookcase (2009)

La quarta parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui, qui e qui le parti precedenti.

4.

CC: Vorrei concludere con una domanda doppia.
Innanzitutto da cosa deriva, per voi, il piacere della lettura di un testo?
A seguire: quale è il vostro progetto più ambizioso, ciò che sperate di realizzare, e quale il rischio che vedete nella vostra scrittura?

MS: Mi accorgo che spesso instauro col testo un rapporto ormonale. Non posso affermare che si tratti di un processo rigorosamente uguale a sé stesso, tuttavia noto che le mie dinamiche di approccio ad un testo seguono, nei migliori dei casi, uno schema abbastanza simile: in genere la mia attenzione viene catturata da una certa fisionomia sillabica, dai tratti somatici più elementari del testo che innescano poi un moto esplorativo e desiderante al tempo stesso. Non si tratta, ci tengo a specificarlo, di un desiderio penetrativo: nel rapporto me-testo non mi pongo come parte attiva, ambisco semmai ad essere dal testo passivamente penetrato in quanto creatura sensoriale. Una volta innescato questo processo, Occhio Orecchio e Bocca si pongono come medesimo orifizio di piacere: sono i colpi fonico-retorici di un testo a far breccia. Accade poi che alcuni testi inneschino rapporti master-slave col me-lettore: sono le letture in cui il piacere scaturisce dalla sottomissione alla testualità altrui la quale rimanda un’immagine della realtà che possiamo situare al confine estremo della sopportabilità. Si tratta dei famosi testi che provocano un dolore sopportabile, una frustrazione ottimale. Il testo poetico ha secondo me una qualità imprescindibile: muta nel tempo seguendo il mutare identitario e sinaptico del lettore. Accade così che un testo, riletto a distanza di anni, stimoli zone erogene inaspettate, che non si sospettava nemmeno di avere, così come (più raro) che un testo i cui meccanismi interni ci avevano entusiasmato, col tempo ci costringa a venire a patti con una (chissà poi quanto reversibile) anedonia.
Per quanto riguarda i miei progetti di scrittura, la mia ambizione (non so quanto realizzabile) sarebbe quella di raggiungere una dimensione testuale in cui Marco Simonelli inteso come soggetto scrivente-narrante auto-auscultantesi si togliesse una buona volta dai piedi e lasciasse il posto alla necessità di esprimere gli altri. Ho fatto alcuni tentativi in questa direzione: già nei sonetti di Will, del 2006, l’attenzione era focalizzata su soggetti diversi dallo scrivente. Ne Il pianto dell’aragosta, che è uscito l’anno scorso, credo di essere pervenuto a un rigore maggiore. Il rischio è sempre e comunque il fallimento del progetto di scrittura ma trattasi di un rischio necessario, forse anche inevitabile: per adesso quasi tutti i libri che ho realizzato hanno trovato una loro ragione solo dopo aver constatato il fallimento dei progetti originali. Sviluppare un sano rapporto dialogico col fallimento mi sembra l’unico modo per proseguire. (altro…)

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /3

Mario Merz - Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case

La terza parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui e qui le parti precedenti.

3.

CC: Mettere in scacco la capacità umana di generare senso; rivelare la dialettica dell’individualismo contemporaneo; lasciar parlar l’io come se fosse un altro, solo uno fra i tanti: dai vostri interventi emergono idee della poesia nelle quali c’è una tensione etica, mi pare. La letteratura è un modo per instaurare una ricerca di senso nel lettore ( o nell’autore?), per attivare un moto verso la conoscenza.
Come conciliate questo (sempre che sia vero) con la necessità di gestire un’immagine, di impersonarla, insomma di partecipare in qualche modo al rumoroso pubblico della poesia che conosciamo? Avvertite una frattura o meno? E come la risolvete?

GM: Vorrei partire da un’idea che si trova in un’intervista a Foucault e che forse fraintendo: la scrittura autentica, dice Foucault, è la morte degli altri; scrivere vuol dire uscire dalla parola parlata, che è necessariamente sociale, facendo come se gli altri non ci fossero, come se fossero già morti. Se il primo significato di questa idea è tutto interno all’opera di Foucault (i suoi libri nascono dal gesto dell’anatomista che seziona il cadavere di una pratica, di un discorso o di un’epoca), la formula ha un valore più ampio e invita a riflettere sulla scrittura in sé. Secondo me, la letteratura dovrebbe agire come se l’immagine interna degli altri, le aspettative che gli interlocutori proiettano su di noi, il desiderio di riconoscimento non esistessero. La letteratura davvero profonda è intimamente antisociale perché ogni vita sociale è in ultima analisi impropria, inautentica, si regge su una serie di luoghi comuni che restano sulla superficie o sono falsi, ma che servono agli esseri umani per vivere insieme e credere collettivamente in qualcosa, mentre la letteratura ha il compito di dire la verità, e la verità non aggrega né rassicura. In questo senso la vita pubblica della letteratura è sempre problematica. (altro…)

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /2

Bruce Nauman - Sex and Death

La seconda parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia CroccoQui la prima parte.

2.

CC: Appartenete a generazioni poetiche diverse, eppure egualmente definite dalla necessità di negare o giustificare l’uso della prima persona. Quello di se e come dire io è un discorso ormai vecchio, che risale agli anni Sessanta; eppure sembra essere ancora ineludibile. Mi interessa sapere come vi siate posti il problema, e come lo abbiate risolto (e questo riguarda anche Bortolotti: l’esperienza personale è del tutto assente dalla struttura narrativa minima di alcuni testi di Tecniche di basso livello?).
Ma c’è anche un altro aspetto di cui vorrei parlare: sia le liriche confessionali di Simonelli e le prime di Burratti, sia i testi in prosa di Mazzoni e Bortolotti nei quali compaiono terze persone (cioè quelli a dominante narrativa) sembrano esprimere il fondamento narcisistico ed egoistico della natura umana. Forse è solo una mia suggestione, ma mi interessa questa dialettica: da un lato la negazione dell’io (o il suo rovescio, cioè la mitizzazione), dall’altro una scrittura che sembra di voler esplorare l’umano. Non direi lo stesso per tutta la poesia contemporanea che leggo, neanche per quella lirica. Talvolta la lirica è pura astrazione dall’umano, in altri casi manierismo o affettazione. Quanto allo sperimentalismo formale, penso che tecniche come il cut-up o il googlism ecc. possano essere strumenti interessanti (ma, appunto, strumenti) all’interno di una ricerca; quando ne diventano anche la motivazione interna, la scrittura mi sembra perdere valore e diventare sterile.
Cosa ne pensate?

SB: è vero che nei miei primi testi c’è “più io”, o meglio una prima persona più identificabile con il sottoscritto, che non nei più recenti: credo però che questo non cambi la sostanza del tutto, dal momento che l’espressivismo non è mai stato la mia piattaforma di lancio né il mio punto di messa a fuoco. In generale, mi è sempre più interessato il concetto di autore che non quello di prima persona. Si dice spesso che l’io in poesia non è una mera questione grammaticale ma poi ci si ferma sempre lì. Mentre invece un discorso come quello dell’indipendenza del testo dal proprio autore, a partire dalle scritture automatiche fino ad arrivare a cut-up, flarf ecc., è spesso lasciato in secondo piano anche laddove potrebbe generare dibattiti ben più prolifici, per esempio per quanto riguarda la responsabilità autoriale e il valore del testo autonomo. I miei unici due esperimenti di semi-googlism (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “wikiprose”) erano tentativi in questo senso: tentativi di smantellamento, senza dubbio, ma comunque dall’interno. Quando ho cominciato a scrivere i due testi sapevo già dove dovevo volevo andare a parare, e l’essere costretto a usare esclusivamente una tecnica auto-esclusiva, e frasi in un certo grado generate casualmente, non mi ha impedito di dire quello che volevo. Ma in tutto questo c’era un’intenzione, oltre che polemica, anche personale, che potrebbe tranquillamente ampliarsi alle tecniche di scrittura tradizionale: le poche volte che provo a fare una cosa è per non doverla fare più. (altro…)