saggi

Metrica e forma nella poesia di oggi /2

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[Pubblichiamo la seconda e ultima parte del saggio di Giacomo Morbiato. Qui la prima.]

5.

Un discorso che voglia svilupparsi seguendo l’asse della coerenza interna, più o meno lasca o serrata, del macrotesto, a partire dall’individuazione di un nesso intrinseco tra forma e figure tematiche, non può non inglobare i testi a ordinamento narrativo o pseudo-narrativo e più generale a vocazione poematica. Ne analizzo tre, con l’occhio più alle differenze che ai fattori di continuità, a cominciare da I padri (2012), libro d’esordio di Giulia Rusconi (1984), sul cui carattere di poemetto «succinto, perfino troppo» a tessitura «drammatica» (numerosi gli inserti vocali fra virgolette) insiste Carpi nella prefazione. Eccetto il testo inaugurale, l’unico titolato (Padre), in due strofe di 5 e 4 versi, nel quale l’ingestione del padre biologico (che nel seguito ricorrerà sempre come «l’altro padre»), subito messo in dubbio, schiude una condizione di orfanità che fa da molla all’inchiesta a conti fatti fallimentare sulla figura paterna e maschile, tutti gli altri sono brevi (sulla decina di versi) e monostrofici, manifestando una coerenza costruttiva che sconfina nella serialità pura e semplice. Il passo versale è medio-breve, attestato sul gruppo 7-11 con un picco in corrispondenza del novenario, mentre il grande ritmo che risulta dal rapporto fra metro e sintassi si rivela mosso e desultorio, anche per il fatto che le frasi complesse, allineate paratatticamente, di rado eccedono il distico. In generale Rusconi predilige lo scarto brusco, soprattutto nella zona finale, che realizza con grande varietà di espedienti. Per lo più si tratta di una dissonanza causata dall’inserzione di un dettaglio violento e oscuro, com’è ad esempio il tema incestuoso: Sono col mio settimo padre 8-9, «mi infila nella bocca un occhio / di rana si fa succhiare le dita». Oltre all’inarcatura, che a volte movimenta un parallelismo (Mio padre numero novanta 9-10, «si versa un bicchiere si dice / stanco di cose che sa solo lui»), un altro mezzo formale è rappresentato dal polisindeto (Mio padre il quarto 9-10, «e mi si mette dietro / e mi lecca i lobi»). Altri modi di introdurre l’immagine che ribalta, complica, svia sono invece più espliciti: così la congiunzione avversativa in apertura (Ho un padre triste 9, «Ma non è un buon maestro e poi») oppure il ricorso alla polifonia: Ho un padre buono che mi insegna 7-8, «paroline di conforto come “Dai / butta tutto fuori starai meglio”». Ma è anche vero che tale smottamento dei ruoli e delle presupposizioni che accompagna l’incontro con la figura del Grande può trovarsi distanziato per il frapporsi di filtri ironici e grotteschi affidati fra l’altro al bisticcio (Padre 1-3, «Non ti voglio chiamare papà / è troppo infantile / viene in mente la pappa e allora»; Mio padre numero quindici 8-9, «Il contatto sì il pezzo mancante / della casa, delle cose») e all’aequivocatio: Tutti mi dicono che sono una donna 6-7, «grande che mi copra tutta la faccia / non mi faccia invecchiare». In ogni caso è proprio da questo insieme di fatti che emergono i modi più caratterizzanti di dare forma al verso: attraverso il parallelismo, meglio ancora se nella variante agglutinata (Sono col mio settimo padre 4, «Labbra piccate occhi in divenire»), e mediante il polisindeto (Mio padre mi insegna a parlare 6, «e inciampo e imparo con lui»). Come per Borio, la metrica, se interrogata, dà solo indicazioni di massima (una certa lunghezza del testo e della strofa, l’indiviso, la compattezza – valori formali dotati di una genericità davvero eccessiva), mentre il contributo decisivo alla definizione della forma viene dalle figure in cui cristallizza l’interazione fra gli ordini testuali. Continua a leggere “Metrica e forma nella poesia di oggi /2”

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A km0. Incontri di poesia

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inediti

Giulia Rusconi, sette poesie

Sette poesie di Giulia Rusconi (Venezia, 1984) dalla raccolta “Distanze”, vincitrice del premio Teglio Poesia 2012, sezione Under 40.

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   Le lieu de nous où toute chose se dénoue

ARAGON

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Nella mia casa c’è una stanza vuota
ogni mattina viene pulita
arieggiata ha una finestra
spalancata la stanza che è vuota
l’ho pensata per dei bambini
lui mi ha detto “Facciamoci
uno studio una stanza
per il disegno tecnico
____________la sala macchine”.
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Se mi sveglio con gli aghi sulla pelle
pulisco l’intera casa
_________________a specchio
sposto i mobili e passo la scopa
negli angoli morti. La cera
e il Vetril mi fanno scoppiare
di gioia il cuore! Ma restano sempre
sui lavandini piccole macchie chiare
calcare: mi incanutisce
__________________prima del tempo. Continua a leggere “Giulia Rusconi, sette poesie”