gherardo bortolotti

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni

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Segnaliamo un evento che si terrà domani, mercoledì 5 aprile, a Siena dedicato ai poeti nati negli anni Settanta a cura di Stefano Dal Bianco: “Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni.”

ore 15.30, Palazzo San Niccolò, ex-Cappella, via Roma 56, Siena

Gherardo Bortolotti
Lorenzo Carlucci
Azzurra D’Agostino
Stelvio Di Spigno

dialogheranno con Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni.

A seguire, alle ore 21.30, i poeti leggeranno i propri testi presso UnTubo, via del Luparello 2, Siena.

 

 

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /4

Abelardo Morell, Camera Obscura, View Outiside Florence With Bookcase (2009)

La quarta parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui, qui e qui le parti precedenti.

4.

CC: Vorrei concludere con una domanda doppia.
Innanzitutto da cosa deriva, per voi, il piacere della lettura di un testo?
A seguire: quale è il vostro progetto più ambizioso, ciò che sperate di realizzare, e quale il rischio che vedete nella vostra scrittura?

MS: Mi accorgo che spesso instauro col testo un rapporto ormonale. Non posso affermare che si tratti di un processo rigorosamente uguale a sé stesso, tuttavia noto che le mie dinamiche di approccio ad un testo seguono, nei migliori dei casi, uno schema abbastanza simile: in genere la mia attenzione viene catturata da una certa fisionomia sillabica, dai tratti somatici più elementari del testo che innescano poi un moto esplorativo e desiderante al tempo stesso. Non si tratta, ci tengo a specificarlo, di un desiderio penetrativo: nel rapporto me-testo non mi pongo come parte attiva, ambisco semmai ad essere dal testo passivamente penetrato in quanto creatura sensoriale. Una volta innescato questo processo, Occhio Orecchio e Bocca si pongono come medesimo orifizio di piacere: sono i colpi fonico-retorici di un testo a far breccia. Accade poi che alcuni testi inneschino rapporti master-slave col me-lettore: sono le letture in cui il piacere scaturisce dalla sottomissione alla testualità altrui la quale rimanda un’immagine della realtà che possiamo situare al confine estremo della sopportabilità. Si tratta dei famosi testi che provocano un dolore sopportabile, una frustrazione ottimale. Il testo poetico ha secondo me una qualità imprescindibile: muta nel tempo seguendo il mutare identitario e sinaptico del lettore. Accade così che un testo, riletto a distanza di anni, stimoli zone erogene inaspettate, che non si sospettava nemmeno di avere, così come (più raro) che un testo i cui meccanismi interni ci avevano entusiasmato, col tempo ci costringa a venire a patti con una (chissà poi quanto reversibile) anedonia.
Per quanto riguarda i miei progetti di scrittura, la mia ambizione (non so quanto realizzabile) sarebbe quella di raggiungere una dimensione testuale in cui Marco Simonelli inteso come soggetto scrivente-narrante auto-auscultantesi si togliesse una buona volta dai piedi e lasciasse il posto alla necessità di esprimere gli altri. Ho fatto alcuni tentativi in questa direzione: già nei sonetti di Will, del 2006, l’attenzione era focalizzata su soggetti diversi dallo scrivente. Ne Il pianto dell’aragosta, che è uscito l’anno scorso, credo di essere pervenuto a un rigore maggiore. Il rischio è sempre e comunque il fallimento del progetto di scrittura ma trattasi di un rischio necessario, forse anche inevitabile: per adesso quasi tutti i libri che ho realizzato hanno trovato una loro ragione solo dopo aver constatato il fallimento dei progetti originali. Sviluppare un sano rapporto dialogico col fallimento mi sembra l’unico modo per proseguire. (altro…)

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /3

Mario Merz - Le case girano intorno a noi o noi giriamo intorno alle case

La terza parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui e qui le parti precedenti.

3.

CC: Mettere in scacco la capacità umana di generare senso; rivelare la dialettica dell’individualismo contemporaneo; lasciar parlar l’io come se fosse un altro, solo uno fra i tanti: dai vostri interventi emergono idee della poesia nelle quali c’è una tensione etica, mi pare. La letteratura è un modo per instaurare una ricerca di senso nel lettore ( o nell’autore?), per attivare un moto verso la conoscenza.
Come conciliate questo (sempre che sia vero) con la necessità di gestire un’immagine, di impersonarla, insomma di partecipare in qualche modo al rumoroso pubblico della poesia che conosciamo? Avvertite una frattura o meno? E come la risolvete?

GM: Vorrei partire da un’idea che si trova in un’intervista a Foucault e che forse fraintendo: la scrittura autentica, dice Foucault, è la morte degli altri; scrivere vuol dire uscire dalla parola parlata, che è necessariamente sociale, facendo come se gli altri non ci fossero, come se fossero già morti. Se il primo significato di questa idea è tutto interno all’opera di Foucault (i suoi libri nascono dal gesto dell’anatomista che seziona il cadavere di una pratica, di un discorso o di un’epoca), la formula ha un valore più ampio e invita a riflettere sulla scrittura in sé. Secondo me, la letteratura dovrebbe agire come se l’immagine interna degli altri, le aspettative che gli interlocutori proiettano su di noi, il desiderio di riconoscimento non esistessero. La letteratura davvero profonda è intimamente antisociale perché ogni vita sociale è in ultima analisi impropria, inautentica, si regge su una serie di luoghi comuni che restano sulla superficie o sono falsi, ma che servono agli esseri umani per vivere insieme e credere collettivamente in qualcosa, mentre la letteratura ha il compito di dire la verità, e la verità non aggrega né rassicura. In questo senso la vita pubblica della letteratura è sempre problematica. (altro…)

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /2

Bruce Nauman - Sex and Death

La seconda parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia CroccoQui la prima parte.

2.

CC: Appartenete a generazioni poetiche diverse, eppure egualmente definite dalla necessità di negare o giustificare l’uso della prima persona. Quello di se e come dire io è un discorso ormai vecchio, che risale agli anni Sessanta; eppure sembra essere ancora ineludibile. Mi interessa sapere come vi siate posti il problema, e come lo abbiate risolto (e questo riguarda anche Bortolotti: l’esperienza personale è del tutto assente dalla struttura narrativa minima di alcuni testi di Tecniche di basso livello?).
Ma c’è anche un altro aspetto di cui vorrei parlare: sia le liriche confessionali di Simonelli e le prime di Burratti, sia i testi in prosa di Mazzoni e Bortolotti nei quali compaiono terze persone (cioè quelli a dominante narrativa) sembrano esprimere il fondamento narcisistico ed egoistico della natura umana. Forse è solo una mia suggestione, ma mi interessa questa dialettica: da un lato la negazione dell’io (o il suo rovescio, cioè la mitizzazione), dall’altro una scrittura che sembra di voler esplorare l’umano. Non direi lo stesso per tutta la poesia contemporanea che leggo, neanche per quella lirica. Talvolta la lirica è pura astrazione dall’umano, in altri casi manierismo o affettazione. Quanto allo sperimentalismo formale, penso che tecniche come il cut-up o il googlism ecc. possano essere strumenti interessanti (ma, appunto, strumenti) all’interno di una ricerca; quando ne diventano anche la motivazione interna, la scrittura mi sembra perdere valore e diventare sterile.
Cosa ne pensate?

SB: è vero che nei miei primi testi c’è “più io”, o meglio una prima persona più identificabile con il sottoscritto, che non nei più recenti: credo però che questo non cambi la sostanza del tutto, dal momento che l’espressivismo non è mai stato la mia piattaforma di lancio né il mio punto di messa a fuoco. In generale, mi è sempre più interessato il concetto di autore che non quello di prima persona. Si dice spesso che l’io in poesia non è una mera questione grammaticale ma poi ci si ferma sempre lì. Mentre invece un discorso come quello dell’indipendenza del testo dal proprio autore, a partire dalle scritture automatiche fino ad arrivare a cut-up, flarf ecc., è spesso lasciato in secondo piano anche laddove potrebbe generare dibattiti ben più prolifici, per esempio per quanto riguarda la responsabilità autoriale e il valore del testo autonomo. I miei unici due esperimenti di semi-googlism (anche se forse sarebbe più corretto parlare di “wikiprose”) erano tentativi in questo senso: tentativi di smantellamento, senza dubbio, ma comunque dall’interno. Quando ho cominciato a scrivere i due testi sapevo già dove dovevo volevo andare a parare, e l’essere costretto a usare esclusivamente una tecnica auto-esclusiva, e frasi in un certo grado generate casualmente, non mi ha impedito di dire quello che volevo. Ma in tutto questo c’era un’intenzione, oltre che polemica, anche personale, che potrebbe tranquillamente ampliarsi alle tecniche di scrittura tradizionale: le poche volte che provo a fare una cosa è per non doverla fare più. (altro…)

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /1

Joseph Kosuth - Words Are Deeds

Esce oggi la prima parte di una conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.

1.

CC: Prima di iniziare questa conversazione, ho cercato e letto alcune delle vostre interviste già uscite online. Spesso vi è stato chiesto come e perché abbiate iniziato a scrivere, dunque non ripeterò questa domanda. Mi interessa sapere, piuttosto, come mai vi siete avvicinati proprio a questo genere letterario e non ad altri. Perché avete scelto il verso (o un particolare tipo di prosa, nel caso di Gherardo)?
Ogni genere letterario ha una sua logica interna, che ovviamente non esiste in modo fisso e atemporale, bensì è il risultato di una stratificazione di opere e di discorsi critici (ed estetici). Quando si sceglie un genere letterario, dunque, si aderisce a un modo peculiare di enunciare la realtà. Ma vale anche il discorso inverso: alcune forme possono essere scelte  per sovvertirne la logica interna. La storia della poesia del Novecento è ricca di casi di questo tipo. Da qui la mia domanda.

GH: La scrittura in prosa breve o addirittura in microprosa (sintagmi, frasi, nomi, parole) è stata il risultato di un percorso abbastanza lineare dalla narrazione alla scrittura on line. Il tutto avviene tra la fine degli anni ’90, quando cercavo una mia via a partire essenzialmente da Calvino e dalla dimensione “saggistica” di autori disparati come Musil o il Sanguineti poeta degli anni ’70 (faccio nomi a caso, in verità, dato che in effetti dovrei citare almeno anche Sollers, Balestrini dalla combinatoria alle lasse di Vogliamo tutto e de Gli Invisibili, Perec, Nicholson Baker e così via), e la prima metà degli anni 2000, quando faccio le prime prove con gli ipertesti e poi scopro il blog come forma generale di testo on line. (altro…)

Gherardo Bortolotti, Tecniche di basso livello

Bruce Nauman - Human Need Desire

Da “Tecniche di basso livello”, Lavieri Edizioni, Sant’Angelo in Formis (CE) 2009. Ringraziamo l’autore per la concessione.

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19. Abituati al ruolo di comparsa, seguivamo lo svolgersi degli eventi in attesa della fine della puntata. Cercavamo di darci conto di particolari irrilevanti, di analogie casuali tra vicende di secondo piano in cui credevamo di trovare il significato delle cose. Alcuni nodi venivano al pettine. La trama, tuttavia, procedeva, si infittiva, perdeva coerenza ed organicità.

20. Attraversato da immagini e coiti di diverso grado di oscenità e perversione, bgmole affrontava le successive primavere, sospirando alle fermate degli autobus. La probabilità di esaurire gli ingenti desideri carnali, appresi dalla filiera della pornografia e dalle campagne pubblicitarie dei gelati e della biancheria intima, rimaneva costante nel suo valore nullo. I corpi di donna che incrociava, per strada, pulsavano di intimità altrui ma sempre più vicine.

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72. Avventurati in labirinti di piccole dimensioni, di piccole deviazioni, avevamo smarrito il nostro codice utente, la parola chiave per accedere alle regioni più dignitose della nostra persona. Lunghe notti trascorrevano sulla nostra incoscienza, sulle poche fortune che avevamo mentre, in tangenziale, echeggiavano lontani i rumori d’automobili.

73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica.

* (altro…)