gherardo bortolotti

Gherardo Bortolotti, Le storie del pavimento

Alex S. MacLean

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di prose inedite di Gherardo Bortolotti (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione.]

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  1. I muri erano i contrafforti di un mondo escluso dai nostri tragitti. Li costeggiavamo ciclicamente, percorrendone i battiscopa, superando le piccole scaglie di intonaco ai loro piedi, la polvere arenata contro il loro spigolo. Sulle pareti sentivamo scorrere le correnti convettive che muovevano i nostri sogni, i pensieri distratti e sentimentali che ci spingevano da una camera all’altra. Il loro spessore era interminabile. In un’epoca lontana, tentammo di scavarlo, di penetrare le sue misure e accedere all’altra parte. Procedemmo per anni sempre più a fondo nei laterizi, tra le tubature e gli impianti elettrici, le assi di legno, le intelaiature catramate e non arrivammo da nessuna parte. Trovammo solo un pupazzo, un pinocchio di pezza incastonato tra qualche mattone, che torreggiava sulle nostre teste e ci chiese del giorno e della notte.

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  1. Paolino credeva nell’esistenza della meraviglia e delle colpe essenziali. Portava sul braccio la macchia di una cosa sbagliata che nemmeno le fonti delle Sette Caverne avevano potuto lavare. Se nell’ora del giorno vedeva il pulviscolo, perso in un moto browniano perfetto offerto al sole domenicale, inclinava la testa e infilava le dita nelle liste di luce che superavano le tapparelle, convinto di segnare le strade aeree della polvere, di essere ricordato dalle sue civiltà future come una catastrofe originaria, come quella che lo chiamava dalla porta della cucina.

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  1. Sapevamo dell’esistenza di esseri metafisici inferiori che abitavano gli spessori del pavimento e, ogni tanto, ci fermavamo a fissare le mattonelle in marmo variegato, le fessure minuscole che le separavano per scoprire qualche segno, per cercare le loro tracce, per intuire qualche loro oscura intenzione. Fra tutti temevano i Lombrichi, che si cibavano delle cose smarrite, delle parole sbagliate, dei momenti, alcuni felici, dimenticati. Ci avevano parlato dei loro regni bui, in cui accumulavano in modo ottuso monetine e caramelle, pezzi degli scacchi, pomeriggi estivi, matite spuntate. Qualcuno ci aveva detto che, da qualche parte in fondo all’armadio, si apriva una porta segreta che vi conduceva. Altri sostenevano che fosse nel corridoio, murata dietro il battiscopa. Per anni seguitammo a cercarla, incidendo nell’intonaco segni e scalfitture segrete.

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  1. Era in bagno che spesso Paolino pensava alla morte, mentre il getto del phon lo costringeva al silenzio, e l’aria asciutta e calda lo faceva sentire inesatto. I Grandi si affaccendavano. Le luci si riflettevano sugli specchi e la notte si avvicinava, portando con sé gli strani doni del sonno e della paura. Oltre la porta, il buio dell’appartamento era colmo di pensieri grandi e lentissimi che l’attraversavano come cetacei ottusi, alieni, come i signori di una vita già appartenuta a qualcuno, e che non sapeva quietarsi tra le stanze e i mobili. Per Paolino era sempre troppo tardi per potersi svegliare.

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  1. Paolino, con il naso per aria, vedeva i Grandi aggirarsi per casa, accompagnati ognuno da un sosia mostruoso, un gemello nero di ferocia e ignoranza che li teneva per un braccio, o per la nuca. Ne parlò all’omino dell’ombra e questi lo pregò di tacere. Più tardi, durante i riti del sonno, i gemelli lo raggiunsero nel letto e lo uccisero ancora. Gli mostrarono gli occhi abissali con cui non potevano vedere il mondo; gli aprirono il segreto del loro cuore che non aveva confini.

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  1. Fu nel cassetto delle posate che scoprimmo il corpo mistico dell’acciaio inossidabile, dei tappi usati, dei cucchiaini spaiati con cui, ogni giorno, qualcosa si doveva colmare. Le mattine si succedevano l’una nell’altra, divenendo ogni giorno più anguste, sprofondando sempre più nello scorcio della cucina e della finestra, schiacciandosi contro quella differenza dei muri, che ci costringeva ad avanzare sul pavimento, in cerca di qualcosa che un tempo avremmo saputo.

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Immagine: Alex S. MacLean

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Gherardo Bortolotti

Alex S. MacLean, Parking Lot Markings Overlap Basketball Courts, Waltham, Massachusetts

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Gherardo Bortolotti].

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Scrivo in prosa perché parto da intenzioni narrative. Nonostante ciò, lavoro con i poeti e non con i narratori, mi riconosco cioè in una certa area di ricerca poetica, soprattutto quella del secondo Novecento, della quale mi interessano le prerogative di decostruzione del soggetto lirico e di lavoro sull’ordine del mondo. Per questo motivo mi ritrovo spesso nello spazio della poesia e non in quello della prosa. (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Lorenzo Carlucci

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane 
formavera proporrà i loro interventi, seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Lorenzo Carlucci].

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Poesie, Programmi, Tautologie

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1. Matematica come Metafora

Poiché farò uso di diversi concetti presi dalla Matematica e dall’Informatica, inizio indicando un nume tutelare: Yuri Manin. Manin è un importante matematico e autore di un saggio dal titolo Matematica come Metafora, in cui propone un uso della Matematica come metafora. (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Azzurra D’Agostino

Roberto Crippa, tecnica mista su tela, 1951

di Azzurra D’Agostino

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi, seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. Iniziamo oggi con Azzurra D’Agostino.]

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Nel momento in cui mi metto a riflettere su ‘cosa ho da dire’ in poesia, subito si affaccia alla mia mente un chiaro ‘che cosa ho da fare’. (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni

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Segnaliamo un evento che si terrà domani, mercoledì 5 aprile, a Siena dedicato ai poeti nati negli anni Settanta a cura di Stefano Dal Bianco: “Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni.”

ore 15.30, Palazzo San Niccolò, ex-Cappella, via Roma 56, Siena

Gherardo Bortolotti
Lorenzo Carlucci
Azzurra D’Agostino
Stelvio Di Spigno

dialogheranno con Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni.

A seguire, alle ore 21.30, i poeti leggeranno i propri testi presso UnTubo, via del Luparello 2, Siena.

 

 

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /4

Abelardo Morell, Camera Obscura, View Outiside Florence With Bookcase (2009)

La quarta parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui, qui e qui le parti precedenti.

4.

CC: Vorrei concludere con una domanda doppia.
Innanzitutto da cosa deriva, per voi, il piacere della lettura di un testo?
A seguire: quale è il vostro progetto più ambizioso, ciò che sperate di realizzare, e quale il rischio che vedete nella vostra scrittura?

MS: Mi accorgo che spesso instauro col testo un rapporto ormonale. Non posso affermare che si tratti di un processo rigorosamente uguale a sé stesso, tuttavia noto che le mie dinamiche di approccio ad un testo seguono, nei migliori dei casi, uno schema abbastanza simile: in genere la mia attenzione viene catturata da una certa fisionomia sillabica, dai tratti somatici più elementari del testo che innescano poi un moto esplorativo e desiderante al tempo stesso. Non si tratta, ci tengo a specificarlo, di un desiderio penetrativo: nel rapporto me-testo non mi pongo come parte attiva, ambisco semmai ad essere dal testo passivamente penetrato in quanto creatura sensoriale. Una volta innescato questo processo, Occhio Orecchio e Bocca si pongono come medesimo orifizio di piacere: sono i colpi fonico-retorici di un testo a far breccia. Accade poi che alcuni testi inneschino rapporti master-slave col me-lettore: sono le letture in cui il piacere scaturisce dalla sottomissione alla testualità altrui la quale rimanda un’immagine della realtà che possiamo situare al confine estremo della sopportabilità. Si tratta dei famosi testi che provocano un dolore sopportabile, una frustrazione ottimale. Il testo poetico ha secondo me una qualità imprescindibile: muta nel tempo seguendo il mutare identitario e sinaptico del lettore. Accade così che un testo, riletto a distanza di anni, stimoli zone erogene inaspettate, che non si sospettava nemmeno di avere, così come (più raro) che un testo i cui meccanismi interni ci avevano entusiasmato, col tempo ci costringa a venire a patti con una (chissà poi quanto reversibile) anedonia.
Per quanto riguarda i miei progetti di scrittura, la mia ambizione (non so quanto realizzabile) sarebbe quella di raggiungere una dimensione testuale in cui Marco Simonelli inteso come soggetto scrivente-narrante auto-auscultantesi si togliesse una buona volta dai piedi e lasciasse il posto alla necessità di esprimere gli altri. Ho fatto alcuni tentativi in questa direzione: già nei sonetti di Will, del 2006, l’attenzione era focalizzata su soggetti diversi dallo scrivente. Ne Il pianto dell’aragosta, che è uscito l’anno scorso, credo di essere pervenuto a un rigore maggiore. Il rischio è sempre e comunque il fallimento del progetto di scrittura ma trattasi di un rischio necessario, forse anche inevitabile: per adesso quasi tutti i libri che ho realizzato hanno trovato una loro ragione solo dopo aver constatato il fallimento dei progetti originali. Sviluppare un sano rapporto dialogico col fallimento mi sembra l’unico modo per proseguire. (altro…)