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Carla Saracino, Il chiarore

per saracino

da “Il chiarore”, Lietocolle 2013.

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Non parlare, vita d’una volta.
Ogni scrittura sul foglio
della fatica di ricordare
è dilapidazione, preparazione
alla morte.
Sii dentro, sta’ reclusa.

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Nel vivo focolaio della tempesta giovane
il silenzio è questa piana
su cui neri s’incendiano i passi.
Così si marchia l’estremo,
in un rotto sospiro.
Così, all’avanzare dell’improvvisazione
anche un fuoco spaccato diventa ignorabile.
Ma in questa felice autorità
tu mai sei amato, io mai sono amata.

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Sicuramente indovinerai, nel cieco
invecchiare del corpo, un cesto
i cui enormi grani di ferro sbatterono
sull’erba, i prati, le memorie vecchie
le idee medievali che vinsero
il mio respiro.

In quel tempo sarà grato a te il sublime
il guanto che ancora non nuoce
oppure dopo di te, e molti altri di te
a qualcuno verrà in mente
in sosta, sul profondo del suo giardino,
che al verde non risponde lingua
immaginaria.

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recensioni

Un confine generazionale. Su “Qualcosa di inabitato” di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino

Guido Guidi - Preganziol

di Simone Burratti

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Parlare di un libro scritto “a quattro mani” implica, più che in altri casi, il dover adottare una panoramica aerea, macroscopica, che fornisca una chiave di lettura non del singolo autore ma dell’insieme, dei rapporti che intercorrono tra due scritture autonome e refrattarie al dialogo, come sempre è in poesia. Questo vale anche per l’ultimo libro di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino (Qualcosa di inabitato, Edb Edizioni 2013), anche se, più che di libro a quattro mani, bisognerebbe parlare di due sillogi indipendenti e speculari, che traggono sì forza dall’essere tenute insieme sotto uno stesso titolo, ma al tempo stesso si sviluppano in direzioni diverse. Ciò che infatti emerge quasi subito, dopo una una prima lettura della raccolta, è una sorta di linea di confine, un gap tra la fine della sezione del primo autore e l’inizio di quella della seconda, che separa e allontana le due scritture non solo sotto il profilo stilistico (che sarebbe poca cosa) ma soprattutto sul piano dell’elaborazione della realtà, e della prassi scrittoria.

Da una parte Stelvio Di Spigno (1975), poeta “classico” nell’accezione migliore del termine, nel continuo sforzo di trattenere sul testo l’inevitabile scorrere del tempo, di strappare qualcosa all’«orologio mortale» della vita (Il treno per Sezze). La scrittura di Di Spigno scivola sulla lingua della dizione quotidiana, senza mai soffermarsi (apparentemente) sull’altezza di una parola o di un verso; eppure non rinuncia alla definizione puntuale, a nominare precisamente i propri luoghi e paesaggi (Napoli, Gaeta; ma anche Sezze, Mercogliano, Fossanova), creando una sorta di “mitologia toponomastica”, che inscrive il lavoro del poeta nella linea della grande tradizione novecentesca italiana (penso soprattutto a Montale e Sereni). Continua a leggere “Un confine generazionale. Su “Qualcosa di inabitato” di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino”