saggi

Poesia?

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di Andrea Zanzotto
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[Questo saggio, uscito per la prima volta su “Il Verri” nel 1976, è tratto da A. Zanzotto, Le poesie e le prose scelte, a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, Mondadori, 1999, pp. 1200-1204]

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Sembra sempre più difficile – o vano – parlare di quel fatto abbastanza equivoco, strambo (proprio nel senso della «stramberia» clinicamente intesa) che oggi rischia di essere la poesia, e che forse è sempre stata. In ogni caso ci si trova non dico a scrivere, ma a “tracciare”, a scalfire il foglio più che con la piena coscienza di quello che si sta facendo, con la sensazione di non poter sfuggire a una necessità. E coloro che si accostano a un libro di versi non si trovano di fronte a una comunicazione e nemmeno a un oggetto, ma a un corpo tendenzialmente vivens, nato per generazione attraverso inquietanti processi che non sono chiari neppure a chi ha collaborato in qualche modo a questa generazione. Tutto ciò potrebbe del resto risolversi in un mero accadimento che non conta nulla e non dà nulla. Esiste inoltre una limitazione intrinseca al fatto poetico, il quale somiglia in un certo senso alla sterile generazione di Narciso, perché parte da una violenza di situazione emozionale «propria» e, in ciò, «privata» (anche come portatrice di una «privazione»), che difficilmente permette a colui che scrive di aprirsi del tutto all’alterità; anche se questa tuttavia preme, «entra». Continue reading “Poesia?”

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Andrea Zanzotto, Michaux: un impegno nelle origini

Henri Michaux, Arborescences intérieures (circa 1962-1964)

(Un saggio di Andrea Zanzotto da Scritti sulla letteratura. Fantasie di avvicinamento, Mondadori, Milano 2001, pp. 107-111, con tagli.)

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È possibile costruire sul nulla, dargli forma, costringerlo a parlare, a produrre? Ed è possibile in questa serie di atti «massacrare» la negatività, obbligarla quasi a trasformarsi in fondamento (per assurdo) di qualche cosa che sia virtualmente positivo, anche se ancora non si sa bene quale figura potrà assumere, anche se non si può dichiararlo? Queste sono le prime domande che provoca, nel quadro della letteratura attuale, la presenza, la stessa «presenza fisica» di un’opera come quella di Michaux. Egli è una specie di ringhioso intrigo, un grumo di aggressività introversa ed estroversa insieme; paragona lo scrivere all’omicidio, dice di non voler scrivere, nega quasi l’esistenza della possibilità di comunicazione, passa dalla letteratura alla figurazione grafico-pittorica e viceversa, in una specie di fuga pendolare, come per il riscontro sempre rinnovato di un’insufficienza, in tentativi di atti che assolutamente non vuole ammettere come creativi, ma al massimo esorcistici. Nello stesso tempo questo scrivere «exorcismes» (tale è il titolo di una sua opera), si carica di tutto il peso di un impegno che proviene dalla natura ritualistica propria di questa operazione: non una parola, non un segno possono essere gratuiti, anche ogni elemento che può apparire ludico ha in realtà per Michaux la terribilità di un nero gioco «per cui ne va della vita», duello, ordalia, fantastica prova immaginata da qualche tiranno di favola. Il fortuito di Michaux è reversibile sempre nell’assolutamente necessario, ne è l’ombra. Per Michaux in realtà si tratta sempre di salvare un margine, una zona puntiforme in cui sia possibile pronunciare in qualche modo la propria esistenza – anzi l’esistenza semplicemente – «contro» il non nominabile, il «non» allo stato puro, i «venti e le polveri», il soffocante e invadente assedio della negazione, che viene dall’esterno o scava sotto le mura, si introduce nella camera più segreta dell’io-esistenza a contestarlo. L’aggressività di Michaux si rivela quindi come una risposta, una contropartita, una difesa che scatta quasi per un riflesso nervoso. Appare il fatto che il materiale fradicio con cui Michaux costruisce le sue «proprietà» («mes propriétés»), popoli animali parole fantasmi (con operazioni analoghe a quelle di Kafka o di Borges) è giù una specie di bottino, strappato in una vittoria su un nemico provvisoriamente in ritirata, ma pronto sempre ad attaccare di nuovo. Parole e segni vengono a situarsi dunque in un terreno incerto di confine e sono il tracciato che risulta dalla frizione di due forze contrastanti; sono leggibili da una parte appunto come elementi distorti dal nulla, ne indicano la presenza, vi alludono, e dall’altra si precisano come le formule, momentaneamente indovinate, che gli hanno dato scacco. Avrebbe dovuto esserci il silenzio e invece no, qualche cosa si fa avanti.

[…]

A questo punto appare chiaro che Michaux ci dà l’«impegno» nella sua forma più bruta e originaria (come avviene in diversa maniera per Artaud e Leiris), egli si pone a eguale distanza sia da quelle posizioni che tendono a vincolare grossolanamente il lavoro letterario a livelli non fondanti, o non profondi, dell’essere (riducendolo a commento più o meno superfluo di una realtà fittizia-fattizia in quanto predeterminata da altre forme del conoscere), sia da quel disimpegno di cui oggi si fa interprete un certo settore della neo-avanguardia. Per quest’ultimo infatti nel lavoro di ricerca ogni rischio è puramente convenzionale, endoletterario; tutto è ribaltabile; ogni segno o senso può essere affacciato, modificato, sostituito poi con qualche cosa di diverso, nel campo di una specie di quiete in cui la cessazione dello stato di allarme (tipico di Michaux) corrisponde a una perdita di affettività causata a sua volta da una perdita di coscienza, perché è già avvenuta la resa di fronte alla negazione. Michaux quindi, con tutto il suo straparlare per forza, con tutto il suo umore-umorismo tanto più torvo quanto più abbandonato ad ammiccamenti da clown, con il suo «essere nervoso» in cui la fantasmagoria sado-masochistica resta quasi sempre in primo piano, con il suo apparente eludere ogni aggancio alla comunità umana, indica di fatto la prima fase di una tensione etica, di una direzione, anche se ulteriori svolgimenti gli sembrano imprecisabili, fuori campo. Eppure, per quanto egli affermi che non esistono i «fratelli del no», che non si organizza la confraternita dei ciechi o dei dannati, è pur tentato ad un appello: «Come una pietra nel pozzo ecco il mio salve per voi, compagni del no». Esiste il presagio di un «inserirsi in», di una simpatia-compassione che potrebbe liberarsi, perfino di una socialità. Resta comunque da attraversare prima un deserto affollato dalla propria inesistenza, luogo psichico, luogo fisico-metafisico, in un continuo rimando e intercambio tra i termini.

[…]

È da notare poi che nella resa a livello dello stile e del linguaggio la sperimentazione di Michaux si rivela tra le più incontentabili, tra le meno vincolate a schemi; è sempre ricca di imprevedibilità. Se la sua fantasia genera tutto un «continente» (come è stato detto) di figure in proliferazione, si scatena anche sulle parole singole, sulla sintassi, sulle strutture dell’espressione, senza che egli mai proceda a queste ricerche perseguendo un fine a se stante, quasi col motore a folle, come spesso avviene oggi.
Così appaiono nei suoi scritti i più bizzarri neologismi di ascendenza rabelaisiana accanto alle parole più usuali, le rotture del ritmo e del discorso più spericolate e la ripresa (specie nelle relazioni «scientifiche» sulle droghe) di uno stile quasi oratorio nella sua ampia linea che risponde a un’intensa umana emozione; appare la difesa della parola nella sua accezione più «mentale» e astratta accanto al grafismo, al disegno che tende a far corpo con la parola stessa, e poi a prenderne totalmente il posto come se questa venisse meno; si ha da una parte un massimo di semanticità, e dall’altra la dissoluzione in fonemi al limite della non significazione.

[…]

Ma accanto a questo Michaux mezzo diavolo, mezzo scienziato, mezzo uomo (rampante nel nulla, dimezzato e inesistente insieme, si vorrebbe dire parafrasando Calvino), nascosto nelle sue inflorescenze infette o nei suoi glaciali specchi di Caina, impraticabile, fuori limite, ne esiste un altro più familiare; che si rivela in certi componimenti poetici in cui una calda accessibilità (quasi un «afferrare le mani» di un possibile interlocutore o almeno uditore) ci dà la chiave di una diversa confidenza, che chiama in causa figure umane di sempre, come la madre. E la vita del poeta – la vita – sembra così dissestata perché egli, come ci dice in Ma vie, non ha avuto un certo «poco»: mancandogli quel poco, aspira a tanto, quasi all’infinito. Riappare il tema della negazione nei suoi termini più consueti e quotidiani e insieme in quelli più inquietanti e inafferrabili: il piccolo no che mobilita tutto l’essere, il no che potrebbe dare il via anche al grande gioco della dialettica. La quale invece resta alle porte del mondo di Michaux, tutto antinomia e iato.

(1966)

editi

Andrea Zanzotto, Così siamo

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In occasione del terzo anniversario della sua morte, pubblichiamo una poesia di Andrea Zanzotto tratta da IX Ecloghe (1962).

 

Così siamo

 

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Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.