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Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

inediti

Alberto Caeiro, Poemas Inconjuntos

Rodney Smith, Three Men with Shears no. 1 (1997)

Oggi ricorre l’ottantesimo anniversario della morte di Fernando Pessoa. Pubblichiamo per l’occasione alcune traduzioni da Poemas Inconjuntos di Alberto Caeiro.
Traduzioni e premessa sono a cura di Luigi Fasciana.

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È probabile che il lettore italiano trovi qualcosa di familiare nei versi di Caeiro. La leggenda vuole che il “Maestro” degli eteronimi (e dello stesso ortonimo) venga alla luce l’8 marzo del 1914. Risale allo stesso anno, pubblicato per le edizioni de “La Voce”, uno dei libri più intensi della poesia italiana del Novecento: Pianissimo. Le analogie tra Camillo Sbarbaro e Alberto Caeiro non sono poche. Oltre a condividere una certa poetica dello sguardo, cui fa seguito il ruolo decisivo assegnato agli “occhi”, entrambi occupano una posizione netta nei confronti del movimento che più ha marcato la poesia del secondo Ottocento: il simbolismo. Le cose significano solo se stesse e al mondo è negata l’ultima trascendenza possibile. Superata la foresta dei simboli, gli alberi sono soltanto alberi. Ma se il mondo di Sbarbaro è un deserto che ha perso la sua sirena, la tautologia di Caeiro propone uno sguardo nuovo, schietto e deciso. Tornare a vedere le cose per quello che sono significa accettare la mirabile singolarità di ogni ente – ben al di là del mero rifiuto delle correspondances; significa rinunciare all’edulcorazione del sogno, dell’ebbrezza e della memoria. Significa limitarsi a un presente impossibile, rifiutare il filtro dei sentimenti e del pensiero. La sua opera, in questo senso, è una “rifondazione del linguaggio poetico” (F. C. Martins).
Non è un caso che Pessoa abbia riservato al suo Maestro una fine prematura. Il destino folgorante di Caeiro, morto a soli 26 anni, ha le caratteristiche di un mito di morte e rinascita, un sacrificio attorno al quale i poeti del dramma pessoano, vuoi per analogia, vuoi per contrasto, hanno preso la parola.
Le poesie qui tradotte fanno parte di Poemas Inconjuntos, raccolta che ha sofferto la stroncatura illustre sia di Campos, che nota nell’ultima fase del maestro una certa “stanchezza”, sia di Reis, che parla invece di un’ispirazione “deteriorata e confusa”. Questa traduzione cerca di sottrarre lo sviluppo, o se vogliamo, la maturità della poesia di Caeiro al giudizio assai di parte dei suoi discepoli, che in lui ravvisavano una divinità statuaria, più che un poeta. Poemas Inconjuntos coltiva il paradosso principale del primo Caeiro, ovvero la ricerca di “un linguaggio che sia capace di rappresentare la natura senza la mediazione del pensiero” (F. C. Martins) attraverso una poesia che pure si dimostra densamente ragionativa. La serenità caeriana convive adesso con un tono più corrosivo, spesso al confine con la parodia; così come la vivacità di alcuni testi confina con una pacatezza quasi elegiaca. La policromia di questa raccolta dimostra – se mai ce ne fosse bisogno – che gli eteronimi non sono individui attraverso i quali l’autore ha potuto creare personalità (e poetiche) statiche e coerenti, ma sono essi stessi contraddittori, sfuggenti e abissali. La profondità e il fascino del “teatro dell’essere” pessoano sta anche in questo, così come la sua inafferrabilità. “La ricompensa di non esistere – per dirla con Caeiro – è essere sempre presente”.

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VORREI che mi bastassero il tempo e la quiete
Per non pensare più a nulla,
Né sentirmi più vivere,
E negli occhi altrui sapermi appena nel riflesso.

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EU QUERIA TER o tempo e o sossego suficientes
Para não pensar em cousa nenhuma,
Para nem me sentir viver,
Para só saber de mim nos olhos dos outros, reflectido.

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saggi

Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora

Fitzcarraldo

da “Scarto minimo”, n. 2, ottobre 1987.

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E noi che pensiamo la felicità
come
un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch’è felice, cade.
(Rainer Maria Rilke)

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Continuare a sentire il carattere costitutivo e perciò irremovibile del dislivello tra realtà e scrittura, come continuo reciproco superamento. Eppure nel contempo cercare, con un disincanto “positivo” (che è volontà di cercare ancora – altrimenti non si scriverebbe neanche più – rifiutando lo scudo dell’amarezza ironica), cercare il contatto, cercare di porsi sullo stesso piano delle cose (che perciò non è mai il grado zero: lo scarto resta, questo è il fatto: quando il punto chiude il verso la realtà è già altrove – e sarebbe bello poter risolvere tutto semplicemente togliendo la punteggiatura, come si faceva tanti anni fa).
Da una parte allora evitare di porsi “al di sopra”. Ciò ha significato in questi anni il progressivo rifiuto della “falsità” del lessico ricercato, dei linguaggi speciali, del freddo tecnicismo, etc. E invece recupero del linguaggio quotidiano, particolare attenzione alla sintassi.
Dall’altra parte però vincere anche la tentazione uguale e contraria di porsi “al di sotto”. È il rischio di certo minimalismo poetico che in definitiva si basa su una sorta di tecnicismo alla rovescia i cui risultati ben levigati sono talvolta sconcertanti per la loro vacuità. Alternativa non del tutto scomparsa, su questo fronte, è la scelta di un lessico povero, nel senso in cui anni fa si parlava di un “teatro povero”. In entrambi i casi è troppo forte l’impressione di trovarsi di fronte ad un quotidiano artificiale. Continue reading “Fernando Marchiori, Quello che sfugge ancora”