Rolf Jacobsen – Poesie

Premessa e traduzioni di Andrea Romanzi

Rolf Jacobsen [Oslo (Kristiania) 1907 – Hamar 1994] è stato uno scrittore, poeta e giornalista norvegese. La pubblicazione della sua prima raccolta di poesie Jord og jern [Terra e ferro] nel 1933 segna l’inizio del modernismo letterario in Norvegia, di cui Jacobsen viene considerato il massimo esponente. È uno dei poeti norvegesi più tradotti: sin dalla metà degli anni Sessanta, le sue poesie vengono tradotte in circa venti lingue, tra cui svedese, danese, ungherese, finlandese, faroese, gujarati, nederlandese, islandese, rumeno, russo, serbo-croato, sloveno, spagnolo, tedesco, polacco, ucraino e italiano.
La produzione letteraria di Jacobsen è costituita da dodici raccolte di poesia pubblicate in circa mezzo secolo, tra gli anni Trenta fino agli anni Novanta del XX secolo. Già dalla raccolta Jord og jern, Jacobesn utilizza il verso libero senza rima, scelta inconsueta rispetto alla tradizione lirica appena precedente. I toni alti e ricercati tipici del poetare più classico vengono abbandonati: il poeta preferisce utilizzare un linguaggio che sia più vicino a quello di tutti i giorni, introducendo inoltre molti elementi che appartengono alla sfera della modernità e della tecnica, presentati a volte in armonia con la natura, altre volte in netto contrasto con essa. Nel 1954 pubblica Hemmelig liv (Vita segreta) una raccolta di poesie in cui tutto ciò che è artificiale e realizzato dall’uomo diventa un nemico: è da questo momento in poi che Jacobsen tratta temi che saranno cari al movimento ecologista, tanto da valergli il titolo di ‘poeta verde’. A causa del suo interesse per i temi della modernità, della meccanica e dell’urbanizzazione, Jacobsen è stato associato spesso al movimento Futurista, nonostante una visione romantica e critica del rapporto e dell’equilibrio tra uomo e macchina. 
Nel 1983 viene invitato al festival internazionale di letteratura di Toronto dove conosce il poeta statunitense Roger Greenwald, che traduce molte delle opere di Jacobsen in fortunate edizioni inglesi che varranno al traduttore premi e riconoscimenti.

*

Tagliare – incollare 

I giornali tagliano il tempo in piccoli frammenti
e ce lo spargono sulla testa
– ore, minuti, secondi – come coriandoli.

Altri dovranno ricomporlo. Un’immagine, una totalità.
– Senza speranza. Prendete il vasetto di colla.
Per lo più pezzi neri, un po’ di bianco
e colori soltanto pochi.
Ci proviamo: Pinochet,
passeggiata pasquale, Papandreu, Polonia.

Naa. Così è strano.
Un pezzo qui e un pezzo là:
Sete in Sudan, spettacolo a Stiklestad,
Starwars, scuro su scuro.
Provare ancora: – Filo spinato, file di pali, file di assi.
Così va meglio: filo spinato, 
assi. Lunga, lunga fila.
Torri di guardia ovunque. I colori 
diventano la gente che c’è dietro.
Ma ancora avanza qualcosa.
Quel frammento lì, quello rosso
– sangue, calore, forse una rosa,
forse una bandiera.
Proprio quello

lo lasciamo al lettore

*

Klippe – klistre

Avisene klipper tiden opp i småbiter
og drysser den ned over hodene på oss
– timer, minutter, sekunder – som konfetti.

Andre må sette det sammen igjen. Et bilde, en helhet.
– Håpløst. Hent limpotten.
Mest svarte biter, litt hvitt
og av farver bare noen få.
Vi prøver oss frem: Pinochet,
påskeutfart, Papandreu, Polen.

Næh. Dette blir rart.
En bit her og en bit der:
Sult i Sudan, Stiklestadspillet,
Starwars, svart i svart.
Prøve igjen: – Piggtråd, pelerekker, planker.
Det blir bedre: Piggtråd,
planker. Lang, lang rekke.
Vakttårn hele veien. Farvene
blir menneskene bakom.
Men enda noe tilovers.
Den lille biten der, den røde,
– blod, varme, kanskje en rose,
kanskje et flagg.
Akkurat dette

overlater vi til leseren.

*

Calmati

Chiedono e richiedono. Perché mai
ci sediamo qui a lavorare con lettere,
ritmi e punteggiatura quando loro vogliono solo canzoni,
vignette. Premere un tasto. Parole
che sono soltanto un brusio nelle orecchie.
Le lettere
devono essere come guantoni da boxe. Pang
– un colpo sul muso per farti vacillare.
Altrimenti non importa.

– Il tempo della stanchezza.
Ormai dobbiamo capirlo.
Lo stress, la carriera, l’ansia, il dolore
di essere senza futuro.
– Grazie, ce la caviamo
con i problemi che abbiamo.

Certo, va bene così.
Ma allora la domanda è: quanto sei stanco
in realtà. A che punto sei arrivato
nella vita. Che cosa ti tiene sveglio
di notte. Ti capiamo
ma non ci arrendiamo per questo.

Perché la parola è come l’erba.
C’È e basta. Tagliala,
fanne un prato. Che puoi calpestare.
E calpesta.
Perché ricrescerà
senza sosta finché la terra esiste. Presto
ti arriverà tra le dita
prima che te ne renda conto.
– Quindi calmati.

*

Hiss deg ned

De spør og de spør. Hvorfor i granskogen
setter vi oss her og jobber med bokstaver,
rytmer og skilletegn når det er låter de vil ha,
billedstriper. Trykke på en knapp. Ord
som bare er et sus i ørene.
Bokstaver
må være som boksehansker. Pang
– et slag i trynet så du raver.
Ellers kan det være.

– Trøtthetens tid.
Nå må vi skjønne dette snart.
Stressen, karrieren, angsten, leden
ved å være uten fremtid.
– Takk, vi greier oss nok
med de problemene vi har.
Jo, det er greit nok det.
Men så blir spørsmålet: Hvor trøtt er du
egentlig. Hvor langt er du kommet
med livet ditt. Hva ligger du våken for
om nettene. Vi skjønner deg,
men gir ikke opp for det.

For ordet er som gresset.
Det bare ER der, Klipp det ned,
gjør plen av det. Som du kan tråkke på.
Og bare tråkk.
For opp kommer det
ustoppelig så lenge jorden står. Snart
er det oppe mellom fingrene på deg
før du vet det.
– Så hiss deg ned.

*

Alberi in autunno

– quando hanno perso l’estate
possiamo uscire a vedere di cosa sono fatti.
La rete venosa, le travi portanti,
forza o inazione, ossa o cartilagine.
Indifesi. Adesso
li vediamo davvero.

*

Trær om høsten

– når de har mistet sommeren sin
kan vi gå ut og se hva de er gjort av.
Årenettet, bærebjelkene,
styrke eller tafatthet, ben eller brusk.
Forsvarsløse. Nå
gjennemskuer vi dem.

*

Ascolta, piccolo uomo

Ascolta, piccolo uomo. Anche il nuovo clero
conosce il suo padre nostro e il latino.
Quindi apprendi subito le nuove litanie
e i padre nostro, che nessuno capisce,
– nemmeno ora.
E dobbiamo stare in silenzio. I tecnocrati
che hanno scambiato l’abito della messa col camice bianco,
e costruito le loro chiese qua e là nei paesi
con strane cupole – e snelle torri
che somigliano quasi ai camini di crematori
– ci dicono di non chiedere altro.
Di credere soltanto. Ancora una volta,
tu minuscolo uomo
che stai in piedi e attraverso le sbarre 
guardi cosa fanno.
— 
Parlano, piccolo, di forze segrete
dalle profondità del mondo. Le sorgenti della vita stessa.
E se avranno successo saremo tutti dèi,
e tutto diventerà oro – diventerà oro.
Quindi non tormentarci, dicono
con le tue domande (anche Noi siamo spaventati
da ciò che verrà). Ma inginocchiati
con rispetto. Non ci sono altre 
speranze se non qui, 
nelle nostre mani
e nelle nostre case (che secondo alcuni somigliano
a crematori).

Ma la vecchia Terra si gira
e si rigira e sbadiglia
un uccello assopito, e la luna sale dal mare,
così stanca dei suoi figli che fanno sempre
tanto rumore –  sono distesa qui
a braccia aperte, pensa.
Con risacca, alta e bassa marea, sole
e forti tempeste.
Ma nessuno CREDE in me. Sono già troppo vecchia?
Certo non osano.
Adesso giocano col fuoco. Bambini come sono.
Presto la casa brucerà. Cosa faranno allora
– disse la Terra prima di addormentarsi
e tutti gli uccelli tacquero.

Per il referendum sul nucleare del 1980 in Svezia. NRK e Sveriges Radio.

*

Hør, lille du

Hør, lille du. Det nye presteskapet
kan også sine fadervår og sin latin.
Så lær deg straks de nye litaniene
og padernostrene, som ingen skjønner,
– heller ikke nå.
Og stille må vi være. Teknokratene
som byttet messekåpen med de hvite frakker
og bygget sine kirker rundt i landene
med underlige kupler på og slanke tårn
som nesten ligner krematoriepiper
– de ber oss ikke spørre mer.
Men bare tro. Ennu en gang,
ør-lille du
som står og kikker gjennom sprinklene
på hva de driver med.

De taler, lille du, om hemmelige krefter
fra verdensdypet. Selve livets kilder.
Og om de lykker blir vi guder alle,
og alt blir gull – blir gull.
Så plag oss ikke, sier de
med dine spørsmål (Vi er redde selv
for hva det blir til) Men knel
ærbødig ned. Det finnes ingen andre
håp igjen enn her,
i våre hender
og våre hus (som noen sier ligner
krematorier).

Men gamle Jorden snur seg rundt
og rundt og gjesper
en fugl i søvn, og månen opp av havet,
så trett av sine barn som støyer slik
bestandig – her ligger jeg
med fanget åpent, tenker den.
Med havbrått, flod og ebbe, sol
og svære stormer.
Men ingen TROR på meg. Er jeg for gammel alt?
De tør visst ikke.
Nå leker de me ilden. Barn som de er.
Snart brenner huset ned. Hva gjør de da
– sa Jorden før den sovnet inn
og alle fugler tidde.

Til atom-reaktor-avstemningen i Sverige 1980. NRK og Sveriges Radio.

*

La casa e le mani

Due mani erano come una casa.
Dicevano:
vieni qui ad abitare.
Né pioggia, né gelo, né paura.
Ho abitato in quella casa
senza pioggia, senza gelo, senza paura
finché non è venuto il tempo a demolirla.

Adesso sono di nuovo per le strade.
Il cappotto è leggero. Si sta mettendo 
a nevicare.

*

Huset og hendene

To hender var som et hus.
De sa:
Flytt inn her.
Ikke regn, ikke frost, ikke frykt.
Jeg har bodd i det huset
uten regn, uten frost, uten frykt
til tiden kom og rev det ned.

Nå er jeg ute på veiene igjen.
Kappen min er tynn. Det trekker opp
til sne.

*

Per scaricare le traduzioni in PDF: Rolf Jacobsen, Poesie

*

Immagine: Pane Quotidiano, Orecchie D’Asino

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