Arjeta Vucaj – A.M.

Peso specifico

I
Se ho due oggetti in mano e mi sporgo da una finestra devo solo decidere quale dei due oggetti far cadere per primo. Da qui posso contare tutte le macchine del parcheggio, una per una. La probabilità di fare incidenti in auto è molto più alta di quella di fare incidenti in aereo. Nonostante questo molte persone rivelano di avere paura di prendere l’aereo e di non provare alcun timore alla guida. Nell’attesa che il semaforo diventi verde, quando tutte le macchine sono in fila e ferme sulla strada, nella mia mente ricorre con frequenza la stessa immagine: una macchina che cade in acqua e la portiera non si apre.

II
Se ho due cose in mano dello stesso peso inizio a dimenticarmi delle differenze tra i due oggetti, inizio a non distinguerli più. Se lasciassi cadere uno dei due oggetti l’energia potenziale (U=mgh) si trasformerebbe in energia cinetica. L’energia potenziale gravitazionale è il lavoro che compie la forza peso per portare un corpo da una quota a ad una quota b. Ogni corpo che si trova ad un’altezza diversa da 0 dal suolo possiede energia potenziale. L’energia cinetica, o energia in movimento, è il lavoro che deve essere compiuto da una forza per portare un corpo di massa m, inizialmente fermo, ad una certa velocità v. La legge oraria è: k=1/2mv2.

III
Se avessi due oggetti dello stesso peso in mano e li facessi cadere entrambi questo li renderebbe lontanissimi da me, questo li renderebbe ancora più vicini a me. Le mani sono attraversate da una strana energia quando lasciano cadere qualcosa.

IV
Se avessi due oggetti in mano dello stesso peso e non li facessi cadere continuerei a sentirmi le mani occupate. Quando ero piccola sognavo continuamente di avere oggetti enormi in mano e di non poterli nascondere. Mi svegliavo con il batticuore e uno strano senso di colpa. Oppure sognavo di essere in una macchina che faceva un incidente e non ero io a guidare. La macchina cadeva in acqua e la portiera non si apriva.

V
Ma se non ho nessun oggetto in mano, se non mi sporgo da una finestra, le cose cadono lo stesso. Da sole, altrove. Da un ripiano, mentre attraverso una stanza, per caso. Non ci sono le mie mani, o la mia posizione. Mi accade spesso. Le cose intorno a me si muovono senza una direzione, senza un legame con la mia vita. Tutto si allontana. Si sottrae alle immagini dei miei gesti possibili, mentre scorrono in bianco e nero, e adesso al contrario, in un nastro che li riavvolge. La finestra resta vuota. Le cose cadono da sole e si spezza ogni contatto, ogni tensione. La mia immagine svanisce, come in un’azione interrotta nel sonno. La corrente salta e il movimento continuo dell’interruttore è solo un suono senza presa.

*


*

Tchaikovsky

“Mallarmé dice che la ballerina non è una donna che danza,
in quanto non è una donna e non danza”.
P. Valéry

I
La musica ha uno strano effetto nel cervello degli assassini. Quando ho ucciso qualcuno l’ho fatto ascoltando la musica del Pas de deux dello Schiaccianoci di Tchaikovsky. La maggior parte delle persone crede che la coreografia della Morte del cigno faccia parte del balletto del Lago dei cigni. Non è così. La morte del cigno è un balletto di Fokine su un pezzo di Saint-Saens. Fu composto appositamente per Anna Pavlova, e fa parte del Carnevale degli animali, un balletto meno conosciuto del 1901. La musica non è di Tchaikovsky. Un musicista se ne accorgerebbe. Un occhio esperto d’altronde si accorgerebbe che lo stile dei passi di quella coreografia è assolutamente dissimile da quelle del Lago dei cigni. Eppure è un errore comune. Nel Lago dei cigni il cigno non muore.

II
A volte, mentre ballo, provo a cogliere l’omogeneità del pubblico oltre il palco, e vedo solo una luce bianchissima e dietro il buio più totale. Se c’è troppo silenzio mi capita di avere la sensazione che la platea sia vuota. Potrebbe esserlo. A volte non colgo alcuna differenza tra l’esecuzione dello spettacolo davanti alla platea vuota durante le prove, e l’esecuzione dello spettacolo vero davanti al pubblico. A separare questi due momenti identici e opposti [secondo una logica (minima) vuoto-pieno] solitamente ci sono un paio d’ore in cui cerco di riprendere fiato. Quando provo a ricordare un’esibizione nella mia memoria le prove e lo spettacolo vero si confondono.

III
A dodici anni sono andata a vedere lo Schiaccianoci di Tchaikovsky. Durante il Passo a due ho sentito l’uomo accanto a me fare commenti sulle certe abilità sessuali della ballerina e sull’orientamento sessuale del ballerino. Mi ha distratta per tutto il tempo. La sua voce aveva un ritmo preciso – un tono sotto la musica di Tchaikovsky – scompariva solo con le note più alte. Nel vedere la ballerina cadere ho provato uno strano piacere.

*


*

98900 Pascal

Può avvenire in una chiesa. Ai lati dei nostri occhi vediamo tutti gli altri corpi andarsene: i loro colori sono perfetti, la loro sincronia invece è del tutto irrilevante. Gli spazi si riempiono e si svuotano sempre con una cadenza immaginaria. Nell’ultimo istante in cui siamo dentro la chiesa ogni margine diventa necessario e i passi sono ancora credibili. Ma nel momento in cui usciamo tutto questo svanisce o ci viene tolto come un vestito. La temperatura cambia di colpo, nell’anticipazione di una porta. La pioggia ha un ritmo costante e fuori non c’è nessuno.

Se immagino di non essere realmente qui, posso continuare, posso andare oltre il contatto acqua-pelle, per tutti i giorni necessari. Adattarmi ai cambiamenti. Il ritmo accelera, corriamo. Oppure tutto rallenta, e mi ritrovo seduta. Viene aggiunta acqua all’acqua, peso al peso. Non si tratta di stare bene o di stare male. Avviene e basta. E noi lo guardiamo. Normalmente avrei fatto più spazio, avrei lasciato un margine. Qualcosa che permettesse di tenere la presa. Ma ormai la lastra di ferro affonda nell’acqua e gli uccelli volano in alto per riempire lo spazio.

Se ci sono dei volti durano un attimo. Arrivano per darci una misura, il progressivo ingrandirsi o rimpicciolirsi degli spazi. Se li vedi camminare è perché stanno andando altrove. La luce segue delle diagonali perfette che si frantumano tra i muri e i marciapiedi. A volte occorre fermare dei corpi. Non ci sono suoni che prevalgono su altri, c’è soltanto qualcosa che mi sfiora mentre neutralizzo il movimento. Quando vengo toccata nel sonno fingo sempre di non accorgermene.

Ho anche desiderato che gli altri se ne andassero. Come fanno i volti che affiorano nel riflesso di un vetro insieme al mio, e quando allungo la mia mano ai lati non c’è niente. È inutile chiedere per avere, dare per ricevere. I gesti convergono in un istante senza proiezioni. L’elastico ubbidisce al peso e cede in un punto preciso, come questo evento (la chiesa e il mio impatto con l’atmosfera) che riesco a dividere in due parti, come ogni altro. Dopo l’evento tutto diventa più chiaro. Ogni forma corrisponde al suo cerchio d’aria, come un respiro che si sente alla distanza di una mano, la pelle sente precisamente l’aria che le arriva. O la forma dell’acqua dopo la pioggia, appare come tutto ciò che può esistere, il mare mostra tutta l’acqua che si può ricevere. Ma prima dell’evento le forme sono incerte, gli esiti non entrano nei nostri margini visivi, e c’è solo un improvviso ma lentissimo abbassamento di pressione.

*


Per scaricare gli inediti in PDF: Arjeta Vucaj, A.M.

Immagine: Elisa Dainelli,  Abbandono #1, pellicola tmax 400 35mm

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