racconti

Giorgio Ghiotti | Racconti

13837

Il nostro Sur

*

A Veronica

*

 *Eravamo gli unici studenti di Lettere a frequentare il corso di Letteratura ispanoamericana del professor T., Veronica ed io.
*Ci si alzava alle sei del mattino per trovare parcheggio vicino all’università, quasi sempre nel grande spiazzo davanti al Verano, nome strano per un cimitero – avevo letto in Aracoeli che «verano», in spagnolo, significa estate. Alle sette non c’erano macchine, nessuno in visita per i morti ai quali erano riservate le ore più tarde della giornata, quelle più miti. I banchi dei fiori erano aperti dall’alba; la vecchia del banco 1, se passavamo là davanti per risalire verso san Lorenzo dov’erano le aule, chiedeva “Fiori, volete i fiori, belli?” pure quando imparò a riconoscerci, tra novembre e dicembre, che l’umidità della mattina metteva nelle ossa un fastidio e fiaccava anche i muscoli e svegliava dal sonno ancora recente.  *Parlo di Veronica come di un animaletto amato del quale non si riesca a risalire all’anno della scomparsa, perché il ricordo e il bene lo tengono costantemente vivo e quasi visibile, un gatto scappato di casa che dopo molti anni, appena un poco invecchiato, si è certi di riconoscere per la strada, inselvatichito ma non smemorato, e facile è convincersi che ci stia parlando con quegli occhi familiari, e ci creiamo il discorso a nostro piacimento prima che un salto improvviso ne renda nuovamente l’assenza e ne lasci solo una sagoma, un contorno illusorio, come quando si guarda a lungo una luce e poi, su una parete, l’occhio proietta l’ombra della fonte luminosa come un sole nero che svanisce a fatica e non senza il timore che sarà impossibile tornare a vedere per intero le cose del mondo.
*Delle lentiggini sparse sul naso e sulle guance a nascondere in parte le occhiaie profonde; una bocca piccola, bassa, un mento sottile per il quale mi viene ora da dire che aveva, Veronica, un viso da pappagallo, di quelli verdi che strepitano festanti e vanitosi nei platani sul Lungotevere; un corpo esile, pieno di grazia, seni piccoli e appuntiti sotto i maglioni, gambe magre da bambina in calze grigie scaldate alla caviglia e al polpaccio da scaldamuscoli neri, o bordeaux; e capelli tirati con troppa energia all’indietro in una coda alta, che io ho sempre voluto trovare splendidi e pericolosamente attraenti se lasciati liberi di cadere davanti agli occhi, appena mossi e un poco sfibrati – ma così li vedevo esclusivamente alle feste con gli altri studenti di Lettere, feste durante le quali si parlava di letteratura con una passione travolgente e una sicurezza, un’arroganza perdonabile solo alla giovinezza. Chi voleva diventare critico, chi un grande linguista. Veronica voleva scrivere versi, girava sempre con un libro nella borsa; mai nulla di quel che riguardasse gli esami. Erano libri di poesia, di narrativa, scelti con straordinario gusto alla libreria di piazza Mancini dove abbiamo organizzato delle serate dedicate alla traduzione, alla poesia. Uno degli ultimi libri che le ho visto sfogliare è stato La figlia dell’insonnia di Alejandra Pizarnik. Andava pazza per Alejandra Pizarnik, “una voce in continua lotta col silenzio”[1]. Tutte e due.
*Ciò che amavo in lei, più della complicità e della fiducia assoluta della quale mi fece istintivamente dono, era il futuro intravisto nelle ore passate insieme, l’indipendenza assaggiata nei pomeriggi a fumare – io Camel lei Winston blu – e leggere Aura di Carlos Fuentes ad alta voce per l’esame del professor T., guardandoci increduli per quel che andavamo leggendo, ripetendoci “assurdo, assurdo, come vola!” se un gatto prendeva fuoco tra quelle pagine o una vecchia morente cambiava pelle come accade ai serpenti e da quel corpo grinzoso ne usciva una fanciulla bellissima da possedere sul letto circondato di specchi. Spesso accade che, tra due amici, ce n’è uno che influenzi per ascendenza, per carattere o per pigrizia le scelte dell’altro. Veronica aveva la mia stessa età e non la aveva, sembrava avere molti più anni di me quando accendeva una sigaretta e parlava di suo padre riempiendosi la bocca di fumo, quel padre anziano, più anziano del mio e dei padri in genere, una creatura vecchissima nei suoi racconti perché la stanchezza porta con sé la vecchiaia, e non il contrario come credono alcuni. Aveva quarant’anni, Veronica, quando per telefono consolava sua madre, che si era trasferita in Umbria, come un’amica, quando dopo un’intera giornata di lezioni e di studio all’università tornava a casa e subito riusciva per portare fuori i cani, e preparare la cena, e fare una doccia e litigare per telefono col fidanzato che pure abitava fuori Roma, sempre a combattere con quella spalla lussata, uno strazio. Dev’essere stato frustrante mandare avanti i giorni in quelle lontananze; allora, scorrere le fotografie sullo smartphone, mostrarmele con orgoglio, “mia madre ha piantato l’orto”, “guarda quant’è cresciuta la piccolina” e appariva sullo schermo un muso affilato di Collie.
*Vivemmo, Veronica ed io, dei mesi di spaventevole e felice inquietudine durante il corso di Letteratura ispanoamericana del professor T., affascinati da quell’uomo straordinario, capace – così assicuravamo goliardicamente ai nostri amici di Lettere per convincerli a seguire la seconda parte del corso nel semestre successivo – di fartelo venire duro parlando del romanzo costumbrista, del sincretismo religioso in Sudamerica, dei cuentos messicani e della pampa argentina. Le case sono piene di rumori per il legno delle ante, per le pentole e le padelle malamente incastrate, per le buste che frusciano cadendo al suolo e i neon che sfrigolano e sembra lo spalancarsi di crepe nei muri. Ora facevamo caso a ogni rumore, per colpa del racconto di Cortazar[2]. Non si può vivere in pace con l’idea che qualcuno si aggiri per la tua casa e ne occupi, una per una, le stanze. Non si può avere un sonno tranquillo se quattro bare uguali moltiplicano il cadavere di un’attricetta di provincia divenuta la donna più amata dell’Argentina e vengono spedite ai quattro angoli del mondo per far sparire il corpo, se su tutte c’è scritto “Evita Peròn” ma solo una contiene il cadavere imbalsamato come nel gioco dei tre bicchieri in cui uno solo nasconde la moneta e gli altri sono vuoti: un inganno[3]. Sognare il tuo palazzo demolito, poi svegliarti o credere d’esser sveglio, vedere (te ne convinci) la parete accanto al letto espandersi, i mobili crescere e l’universo entrare da tutti i pori mentre la casa s’ingombra, portata di nuovo alle sue proporzioni di sempre, sobria e vestita come il palazzo coloniale di Carpentier nel Viaggio alle origini – dov’è il mago che mandi indietro il tempo? Un manipolo di donne ustionate che affolla gli ospedali in segno di ribellione, l’archivio bambini scomparsi tra fughe rapimenti e omicidi[4]. E temere di diventar pazzi come Rebecca, arrivata nel mondo a undici anni come predetto da Aureliano, che divora terra e calcinacci di muro per delle inspiegabili crisi nervose[5]; vomitare uno, tre, cinquanta coniglietti in via Suipacha e scriverlo in una lettera per una signorina a Parigi. Si scrivono lettere perché è sempre una cosa struggente scrivere lettere, che nessuno lo fa più, e perché ci sia qualcosa da aspettare. Una risposta. Si scrivono lettere per continuare a sperare.[6]
*Ci telefonavamo ogni giorno per confrontarci sui racconti di Rulfo, sulle fantasticazioni di Brausen per rifugiarsi da una vita in cui tutto crolla irrimediabilmente con una moglie in ospedale e vicini di casa che litigano in una cucina dalle pareti troppo sottili[7]; quelle pagine tormentate dalla matita per catturare frasi, immagini, vite da addizionare alle nostre. Nessuno muore per sempre, questo ci dicevano gli autori spiegati in classe dal professor T., per nessuno è escluso un ritorno se i personaggi morivano fucilati contro un muro e tornavano in vita duecento pagine più avanti. Quello che per certe letterature è l’aldilà, in Sudamerica è un «quieorapersempre»[8]. Noi pure soffrivamo di quel disperato senso di immortalità, credevamo di poterli sentire davvero, i nostri morti, i fuggiti lontano, tra le pietre sul letto di un fiume, nelle cortecce degli alberi, o soffiare nel vento contro le finestre di casa. E sperare in un ritorno, me ne accorgo ora, era fondamentale per lei che viveva quella strana maternità da lontano (Veronica abitava come ho scritto da sola, eccetto che per due cani – uno aveva lo stesso identico nome del mio, Pixi – che mi facevano starnutire in continuazione) e per me, che avevo appena perso un’amica e con lei l’innocenza dell’infanzia.
*Le lezioni del professor T. rappresentarono la parentesi più felice delle nostre giovinezze, il nostro cerchio magico fuori dal quale il mondo è tornato a ingrigirsi, la musica si è fatta più calma e non si sente più l’odore forte di frutta tra i colori dei mercati latini. Alla fine del corso abbiamo dato l’esame studiando per passarlo giorni e notti intere, lo abbiamo passato col massimo dei voti, poi Veronica ha lasciato l’università e da allora, come fosse la cosa più naturale del mondo, abbiamo smesso di vederci e di sentirci, siamo diventati due estranei l’uno per l’altra. Un patto taciuto del quale eravamo consapevoli entrambi, in qualche parte remota della nostra coscienza. Non mi sono più spinto fino al suo appartamento, non ho più visto il coniglietto sul comodino che si accendeva di una luce fluorescente interna, verde, come un giocattolo rabbioso. Né l’ho più vista camminare per i corridoi della facoltà con quel suo passo allegro e pure un poco trascinato. Mi manca l’odore di fumo stantio nella sua auto, i sedili ricoperti di peli, i libri sul cruscotto come relitti a prendersi tutta la luce del cielo, quelle copertine scolorite, gli angoli rovinati, i pacchetti di sigarette vuoti nella borsa, incastrata tra un sedile e l’altro, sopra il freno a mano. Ricordo che gli ultimi tempi stava imparando a leggere i tarocchi, ne pescava dal mazzo inorridendo se portavano un segno di sventura, valutava quei simboli cercando di captarne il messaggio segreto. Io non ne capivo niente e ammiravo sommamente quei disegni pieni di soli, di vasi, di spade e flutti d’acqua.
*Siamo cresciuti più in pochi mesi che in anni interi, Veronica ed io. E crescere è un buco arrugginito bellissimo, un buco arrugginito e bellissimo che si allarga, col tempo, si slabbra e pare, a vederlo dal bordo, un cratere gigante, meraviglioso, lo spettacolo di un solco lunare nel quale qualcuno resta intrappolato per sempre.

*

*

*

33

un giorno
*                   forse un giorno forse
me ne andrò senza restare
*                  me ne andrò come chi se ne va

*

Alejandra Pizarnik

*

*

ffffffff

Veronica ed io. Lei ha tra le mani un coniglietto bianco, io uno nero.

*

***

*

[1] Lo scrive Julio Cortazar in una lettera a Pizarnik.

[2] Cortazar, Casa occupata

[3] Martìnez, Santa Evita

[4] Enriquez, Quando parlavamo con i morti

[5] Marquez, Cent’anni di solitudine

[6] Cortazar, Lettera a una signorina a Parigi

[7] Onetti, La vita breve

[8] È Ernesto Franco a utilizzare questa espressione nell’introduzione alla raccolta di racconti La pianura in fiamme di Juan Rulfo.

*

Immagine: Beatriz Milhazes, Succulent Eggplants (1996)

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