saggi

Lolini, l’obliquo della poesia

 

Lolinidi Carlo Bordini

Nel 2018 è uscito, per le Edizioni l’Obliquo, Variazioni sull’Ecclesiaste, un libro di Attilio Lolini con disegni di Giorgio Bertelli, una nota di Massimo Raffaeli e una poesia di Fabio Sargentini. Mi pare un’occasione importante per ri-parlare di un altro libro di Attilio Lolini, Zombi-suite, pubblicato nel 2002 dallo stesso virtuoso editore.
L’articolo che segue è stato pubblicato su «l’Unità» del 18 settembre 2002. (C. B.)

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LOLINI, L’OBLIQUO DELLA POESIA

Nella raccolta Zombi-suite l’amarezza e lo sberleffo di uno scrittore fuori dal mondo

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Nel giugno di quest’anno è uscito, per i tipi delle Edizioni l’Obliquo di Brescia, un libro di poesie di Attilio Lolini (Attilio Lolini, Zombi-suite, l’Obliquo, Brescia – piazza T. Brusato 27, 25121 – www.edizionilobliquo.it). Gli indirizzi, elettronici e non, che riporto qui, sono necessari in quanto i lettori di questo articolo molto difficilmente potranno leggere questo libro acquistandolo in libreria. Come tutti gli altri libri di Attilio Lolini e come gran parte della poesia contemporanea questo libro è praticamente introvabile (o, almeno, trovarlo implica un’attività e un tempo di attesa: ordinarlo presso un libraio disposto a muoversi per un solo libro di poesia). Ciò nonostante vale la pena di parlarne. Una poesia di un nichilismo totale. Di una grande amarezza, una grande consapevolezza, una grande laicità. Il male di vivere è per Lolini un ghigno beffardo. E un grande coraggio. Questo coraggio si esprime nell’invettiva, nell’ironia, nello sguardo che guarda l’orrore ma senza quasi mai manifestare il dolore. Una poesia anche sapiente, in cui naturalmente si sente l’influsso crepuscolare (siamo tutti, in fondo, figli della banda Gozzano). Oltre allo sberleffo c’è l’allucinazione, qualcosa di allucinato, che viene proprio, potremmo dire, dalla banalità del malessere, doverosamente prosastica (ma in realtà si tratta di un prodotto molto raffinato: all’interno di questa raffinatezza ci sono doverosi elementi di prosasticità, come ha cominciato a insegnarci Gozzano e come ha continuato a insegnarci Pasolini). Questo libro inizia con un editoriale, scritto doverosamente in corsivo: «Quando è mattina / non aprire il giornale // guardati allo specchio / leggi l’editoriale // osserva l’occhio vuoto / scruta l’occhio tondo // le sole notizie / dall’infame mondo». Un libro di poesie che inizia con un editoriale non sarebbe forse possibile oggi se non ci fosse stato Trasumanar e organizzar di Pasolini. L’allucinazione dello psicofarmaco in questo libro è particolarmente viva: «Sto in questa stanza / tutto accovacciato / guardando la tv / da sera alla mattina / a fianco della cara / signora anfetamina». O come nel bellissimo Spettri: «Non è raro che le cantine / sappiano di muffa // ma l’odore della pazzia / è tutt’altra cosa. // A metà della notte / è doveroso alzarsi / per bere o pisciare // ma non esitare / quando scorgi una luce // vai dietro allo spettro / se lo vedi». Poesia estremamente raffinata, quasi da pittura cinese, a volte, o da impressionismo, che poi magari a metà si spezza in un ghigno, o in uno sberleffo o in un umorismo verde: «[…] ho sentito alla radio / che ho un genoma // sono rimasto di sale // non immaginavo / di finire così male»…

Lo zombi è nella poesia di Lolini un motivo ricorrente, come si vede in altre sue raccolte, Notizie dalla necropoli, o in Poesie a mezz’aria. Una poesia che ha al fondo un amaro nichilismo filosofico: basta vedere la fine di alcune sue poesie (Notizie dalla necropoli): «il secolo creperà con loro / la terra dimenticherà presto / l’uomo e le sue opere // voleranno leggere le ricette / di herr karl e del dottor freud»; o anche:  «l’universo è fatto d’otto lettere / dio di tre». Disperato nichilismo che si esprime anche nel suo amore per il testo dell’Ecclesiaste, che ha rivisitato facendone una bellissima traduzione creativa (l’Obliquo, Brescia, prefazione di Franco Fortini, 1993).

Lolini è uomo dalla satira feroce, ferocissima e corrosiva. In uno dei suoi testi più sulfurei, P3: Presidenti – Politici – Partiti, ha scritto, commentando con una comicità acida e paradossale i funerali di Pertini: «Molti onori, e giusti, ricevette in vita / lo possono attestare i compagni sopravvissuti. / Credente ai suoi interessi ed al suo orgoglio / li fece piangere assai prima del trapasso». A volte è molto lirico, molto metafisico, manifesta il dolore. Spesso si supera. A volte è splendido. A volte sembra Trakl. «La luna pare sonnecchi / ha la testa goffa / poggiata su una tenda / erosa dalla pioggia. // I caffè al mattino / sono attraversati / da rigagnoli, veleni / nell’agguato / della nebbia» (Poesie a mezz’aria, Siena 1999). Un panorama di desolazione, come ne Le stagioni: «Vanno le stagioni in giro / come vecchie coppie / pestando la ghiaia dei viali / con passo strascicato / avvolte in grandi cappotti // malevole battono l’erba / con bastoni appuntiti / dei fiori hanno orrore / come di spettri mattutini / di ciò che sorge e scompare» (ibidem).

Adoratore del paradosso, Lolini ama la poesia e odia tutto ciò che è retorica. È un amore molto esigente. Forse è uno dei pochi poeti veramente necessari.

Oltretutto dal suo eremo in provincia di Siena Lolini è riuscito anche, nel corso di questi anni, con iniziative minimali, appartate, a contribuire a darci il polso di ciò che accade nelle acque profonde della poesia in Italia: da anni (dagli anni Settanta) pubblica la sua piccola collana siglata Barbablu nella quale hanno trovato ospitalità una serie di autori della poesia contemporanea (tra cui Dario Bellezza). Recentemente la sua vecchia sigla Barbablù ha dato luogo a una rivista-tabloid che si definisce così: «Foglio di lettere, arti ed altre inezie. Tiratura, non venale, di 101 copie numerate per amici e conoscenti. Nuovo millennio, nuova serie». Una pubblicazione povera, di una povertà dignitosa, da nobile decaduto, e infatti la poesia è nobile decaduta. Nell’ultimo numero, dal titolo Quaranta poeti, oltre all’ultima poesia di Ezra Pound, sono pubblicate quaranta poesie di altrettanti poeti italiani. Ne viene fuori qualcosa di notevole, come una promessa, come un segnale che la poesia è forte e viva. Questa poesia italiana contemporanea bistrattata, non letta, non pubblicata, di cui nessuno parla, snobbata dalla critica, aborrita dagli editori, è molto vitale, e lo è forse almeno quanto la narrativa. È proprio questo isolamento, forse, che le dà forza, o che le impedisce di cadere nella banalità della rappresentazione spettacolare. Perché non dover divertire, non dover vendere, non dover seguire le mode, non dover ammiccare, non dover essere i primi della classe, non dover fare carriera, dà la possibilità di una libertà, di una obiettività e di una radicalità molto grandi. Nel danno c’è anche qualcosa di positivo.

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